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Madonna
Madonna

O Maria
dal cuore giovane,
insegnami il Tuo sì!
Vorrei correre
nella via dell’ Amore
ma l’egoismo
appesantisce il mio passo,
vorrei cantare
la melodia della Gioia
ma conosco soltanto
pochissime note.
Guidami, o Maria,
sulla via di Dio
segnata dalle orme
dei Tuoi passi:
la via del coraggio
e dell’umiltà,
la via del dono
senza riserve,
la via della fedeltà
che non appassisce,
la via della purezza
colma d’amore.
O Maria
dal cuore giovane,
aiutami a riconoscere
l’ora della mia
Annunciazione
per dire il mio sì
insieme a Te.
Stammi vicino
per ripetere oggi:
“Eccomi, Signore,
avvenga di me
secondo la Tua parola:
parola d’Amore
e di Gioia per me!”
Amen.
(Mons. Angelo Comastri)

MIA CARA MAMMA
mamma pg

Mia cara mamma,
guidami sempre
dal Paradiso,
insieme a papa!!

L’Eucarestia
papa e

L’Eucaristia è la sorgente
della vita della Chiesa,
ne è il centro dinamico.
La Chiesa,
fondata da Cristo,
è essenzialmente
una Chiesa eucaristica.
Essa è nata con l’Eucaristia. Infatti, quando Gesù – nell’Ultima Cena -
sotto i segni
del pane e del vino
ha dato se stesso
come nutrimento,
ha detto:
«Fate questo
in memoria di me». Quest’incarico
è stato affidato
da Gesù agli Apostoli, costituiti
fondamento
della Chiesa.
Per questo
la Chiesa nasce
con l’Eucaristia
e si costruisce
attraverso l’Eucaristia,
cioè vivendo l’Eucaristia
come suo centro vitale.

Dai il meglio di te!
giovani

L'uomo è irragionevole, illogico, egocentrico
NON IMPORTA, AMALO

Se fai il bene, ti attribuiranno secondi fini egoistici
NON IMPORTA, FA' IL BENE

Se realizzi i tuoi obiettivi, troverai falsi amici
e veri nemici
NON IMPORTA, REALIZZALI

Il bene che fai verrà domani dimenticato
NON IMPORTA, FA' IL BENE

L'onestà e la sincerità ti rendono vulnerabile
NON IMPORTA, SII FRANCO
E ONESTO

Quello che per anni hai costruito può essere
distrutto in un attimo
NON IMPORTA, COSTRUISCI

Se aiuti la gente, se ne risentirà
NON IMPORTA, AIUTALA

Da' al mondo il meglio di te,
e ti prenderanno a calci
NON IMPORTA,
DA' IL MEGLIO DI TE

Praticare il Vangelo!
gesù

Quando passa Geù,
nulla rimane al suo posto:
"Mentre camminava
lungo il mare della Galilea
vide due fratelli, Simone,
chiamato Pietro,
e Andrea su fratello,
che gettavano
la rete in mare,
poichè erano pescatori.
E disse loro:
'Seguitemi,
via farò diventare
pescatori di uomini'.
Ed essi subito,
lasciate le reti,
lo seguirono"
(Mt. 4,12-13)

Conoscere S. Francesco
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Per la vita scritta dal Pugliese andare su http://www.google.it/books?id=ihyi_UfLKSsC

Il Musical
copert e sulle onde viaggiò tiny

Per i gruppi giovanili
che intendono riproporre
il musical di Michele Paulicelli
scrivere, per consigli,
a pgcozzolino@alice.it!
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Francesco di Paola: il film

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di
Francesco
di Paola
e della mamma
Vienna
da Fuscaldo

Il meglio di Internet!
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Siate
come
farfalle
intorno
a Gesù
sacramentato:
lucerne
splendenti
e ardenti.
(Giuseppe Allamano)

Semina sempre…
semina

Semina il tuo entusiasmo!
Semina i tuo slanci!
Semina il tuo sorriso!
Semina la tua dedizione!
Semina il tuo coraggio!

Semina un atto:
raccoglierai un’abitudine.
Semina un’abitudine: raccoglierai un carattere
Semina un carattere: raccoglierai la felicità!

I Salmi: acqua per vivere…
acqua

La mia preghiera
giunga fino a Te;
tendi, o Signore,
l'orecchio alla
mia preghiera.

(Sal 88,3)

Vivi il mese di maggio con Maria

18 maggio: Maria, donna obbediente

Si sente spesso parlare di obbedienza cieca. Mai di obbedienza sorda. Sapete perché? Per spiegarvelo devo ricorrere all’etimologia, che, qualche volta, può dare una mano d’aiuto anche all’ascetica. Obbedire deriva dal latino «ob-audire». Che significa: ascoltare stando di fronte. Quando ho scoperto questa origine del vocabolo, anch’io mi sono progressivamente liberato dal falso concetto di obbedienza intesa come passivo azzeramento della mia volontà, e ho capito che essa non ha alcuna rassomiglianza, neppure alla lontana, col supino atteggiamento dei rinunciatari. Chi obbedisce non annulla la sua libertà, ma la esalta. Non mortifica i suoi talenti, ma li traffica nella logica della domanda e dell’offerta. Non si avvilisce all’umiliante ruolo dell’automa, ma mette in moto i meccanismi più profondi dell’ascolto e del dialogo. C’è una splendida frase che fino a qualche tempo fa si pensava fosse un ritrovato degli anni della contestazione: «Obbedire in piedi». Sembra una frase sospetta, da prendere, comunque, con le molle. Invece è la scoperta dell’autentica natura dell’obbedienza, la cui dinamica suppone uno che parli e l’altro che risponda. Uno che faccia la proposta con rispetto, e l’altro che vi aderisca con amore. Uno che additi un progetto senza ombra di violenza, e l’altro che con gioia ne interiorizzi l’indicazione. In effetti, si può obbedire solo stando in piedi. In ginocchio si soggiace, non si obbedisce. Si soccombe, non si ama. Ci si rassegna, non si collabora. L’obbedienza, insomma, non è inghiottire un sopruso, ma è fare un’esperienza di libertà. Non è silenzio rassegnato di fronte alle vessazioni, ma è accoglimento gaudioso di un piano superiore. Non è il gesto dimissionario di chi rimane solo con i suoi rimpianti, ma una risposta d’amore che richiede per altro, in chi fa la domanda, signorilità più che signoria. Chi obbedisce non smette di volere, ma si identifica a tal punto con la persona a cui vuol bene, che fa combaciare, con la sua, la propria volontà. Ecco l’analisi logica e grammaticale dell’obbedienza di Maria. Questa splendida creatura non si è lasciata espropriare della sua libertà neppure dal Creatore. Ma dicendo «sì», si è abbandonata a lui liberamente ed è entrata nell’orbita della storia della salvezza con tale coscienza responsabile che l’angelo Gabriele ha fatto ritorno in cielo, recando al Signore un annuncio non meno gioioso di quello che aveva portato sulla terra nel viaggio di andata. Forse non sarebbe sbagliato intitolare il primo capitolo di Luca come l’annuncio dell’angelo al Signore, più che l’annuncio dell’angelo a Maria. Santa Maria, donna obbediente, tu che hai avuto la grazia di «camminare al cospetto di Dio», fa’ che anche noi, come te, possiamo essere capaci di «cercare il suo volto». Aiutaci a capire che solo nella sua volontà possiamo trovare la pace. E anche quando egli ci provoca a saltare nel buio per poterlo raggiungere, liberaci dalle vertigini del vuoto e donaci la certezza che chi obbedisce al Signore non si schianta al suolo, come in un pericoloso spettacolo senza rete, ma cade sempre nelle sue braccia. Santa Maria, donna obbediente, tu sai bene che il volto di Dio, finché cammineremo quaggiù, possiamo solo trovarlo nelle numerose mediazioni dei volti umani, e che le sue parole ci giungono solo nei riverberi poveri dei nostri vocabolari terreni. Donaci, perciò, gli occhi della fede perché la nostra obbedienza si storicizzi nel quotidiano, dialogando con gli interlocutori effimeri che egli ha scelto come segno della sua sempiterna volontà.
Ma preservaci anche dagli appagamenti facili e dalle acquiescenze comode sui gradini intermedi che ci impediscono di risalire fino a te. Non è raro, infatti, che gli istinti idolatrici, non ancora spenti nel nostro cuore, ci facciano scambiare per obbedienza evangelica ciò che è solo cortigianeria, e per raffinata virtù ciò che è solo squallido tornaconto. Santa Maria, donna obbediente, tu che per salvare la vita di tuo figlio hai eluso gli ordini dei tiranni e, fuggendo in Egitto, sei divenuta per noi l’icona della resistenza passiva e della disobbedienza civile, donaci la fierezza dell’obiezione, ogni volta che la coscienza ci suggerisce che «si deve obbedire a Dio piuttosto che agli uomini». E perché in questo discernimento difficile non ci manchi la tua ispirazione, permettici che, almeno allora, possiamo invocarti così: «Santa Maria, donna disobbediente, prega per noi».

In cammino verso l’anno della fede (3): credere senza vedere!

In cammino verso l’anno della fede

CREDERE SENZA VEDERE

di Mons. Giuseppe Fiorini Morosini

La seconda apparizione di Gesù nel Cenacolo, otto giorni dopo la risurrezione (Gv 20, 19-28), si conclude con l’atto di fede di Tommaso, che volle vedere prima di credere, e con l’ammonizione di Gesù allo stesso Tommaso: Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno. Possiamo ritenerci noi beati perché stiamo credendo senza aver visto? Ma veramente non appartiene ad una fede vera aspettarsi di vedere i segni che ci aiuterebbero a credere? L’apologetica cristiana, quando affronta il tema delle origini divine di Cristo, non ricorre ai segni che egli ha dato attraverso i miracoli? E allora, che male c’è voler vedere i segni? E’ vero, Gesù ha tacciato di incredulità la sua generazione perché chiedeva segni: Una generazione perversa e adultera pretende un segno! (Mt 12, 39), ma qualche volta è proprio lui ad affermare di operare segni perché la gente che gli sta attorno creda. Quando dal cielo si udì la voce che affermava di glorificarlo, Gesù osservò: Questa voce non è venuta per me, ma per voi (Gv 12, 20-30). Dopo la moltiplicazione dei pani Gesù rimprovera la gente perché non ha saputo vedere in quel miracolo un segno della sua identità messianica: Voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato (Gv 6, 26). Il Vangelo di S. Marco si conclude con queste parole: Essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano (Mc 16, 20). Accostiamoci, dunque, all’espressione di Gesù, consapevoli di entrare in un campo difficile, nel quale non si possono fare affermazioni rigorosamente unilaterali. Le parole di Gesù bisogna prenderle nel loro insieme, perché Gesù alcune volte ribadisce un aspetto della realtà, altre volte un altro, senza negare quanto ribadito in altri momenti. Certamente da Tommaso Gesù si sarebbe aspettato una fede più semplice, basata sulle testimonianze degli altri apostoli. Invece Tommaso vuole vedere per credere. Ma sarà stato solo il fatto dell’aver visto che ha spinto Tommaso a credere, o non piuttosto l’amore verso il maestro coltivato lungo gli anni della sequela, per cui, senza andare a toccare, si inginocchia, con timore misto a vergogna e a gioia, e fa il suo atto di fede: Mio Signore e mio Dio? Dall’atto di fede proferito non sembra che in Tommaso prevalga la certezza della ragione, quanto piuttosto la potenza dell’amore, che la visione del maestro ha avuto la forza di far rivivere. Sono i miracoli che ci fanno credere o è la fede che ci fa vedere la presenza misericordiosa di Dio in un avvenimento non spiegabile razionalmente? Certamente i miracoli aiutano la fede, ma non la generano automaticamente; chiediamoci, infatti, perché dinanzi a certi fatti inspiegabili dal punto di vista della ragione (es. guarigioni improvvise e istantanee) non tutti diventano credenti? Se ci fermiamo a considerare i Vangeli, ci rendiamo conto che i sommi sacerdoti decidono di uccidere Lazzaro, dopo che Gesù lo richiamò in vita, perché dopo questo miracolo aumentò il numero delle persone che credevano in Gesù (Gv 12, 9-11). Non solo essi non credettero, pur costatato il miracolo, ma ne volevano addirittura eliminare la prova uccidendo di nascosto Lazzaro. Allora, che cosa vuol dire credere senza aver visto? La fede è un dono di Dio, che richiede, però, anche una corrispondenza da parte dell’uomo. In quanto dono di Dio esso imperscrutabile: nessuno può pretenderlo, nessuno può giudicare Dio perché ad uno elargisce questo dono e ad altri no. Ci possiamo chiedere anche noi: perché io credo e un altro no? E’ impossibile dare una risposta. Non possiamo spiegarci che cosa voglia dire credere senza aver visto a partire dall’azione di Dio che dona la fede a chi vuole. Spostiamoci allora sulla corrispondenza da parte dell’uomo. Considerata in questa ottica, la fede si basa anche su alcune condizioni che sono prettamente umane. Credere senza vedere significa procedere ad un confronto reale con se stessi, del senso che vogliamo dare alla vita, delle nostre aspettative, degli ideali che ci muovono, con la vita e gli insegnamenti di Gesù. Il credere, almeno per quanto riguarda la nostra parte, nascerebbe dal fatto che troviamo in questo confronto interiore con Gesù e la sua parola la risposta ai nostri problemi e conseguentemente la pace e la serenità, individuale e collettiva, perché persone che hanno pace interiore costruiscono una società di pace. Da questo incontro scaturirebbe la nostra adesione a lui e la volontà di sequela, cioè di mettersi al suo seguito per imitarlo. Gesù ha espresso tutto questo con la parabola del tesoro nascosto in un campo: Un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, e vende tutti i suoi averi e compra quel campo (Mt 13, 44). La fede sarebbe, allora, da parte dell’uomo, un confronto interiore con Gesù, con la sua parola e la sua Chiesa, dal quale scaturirebbe la nostra adesione a lui e la volontà di seguirlo ed imitarlo, se non altro come maestro e guida. La grazia di Dio ci consentirebbe, se Dio vuole, di proclamarlo Signore, Figlio di Dio, Salvatore. Nella parabola del ricco cattivo e del povero Lazzaro (Lc 16, 19-31) mi sembra di cogliere un supporto a queste mie riflessioni. C’è anzitutto da parte di Gesù, che nella parabola parla attraverso Abramo, la negazione che il miracolo possa generare automaticamente la fede: Se non ascoltano Mosé e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti saranno persuasi (Lc 16, 31). C’è poi l’indicazione chiara di come procedere per una conversione di vita ai valori della fede: Hanno Mosé e i Profeti; ascoltino loro (Lc 16, 29). Gesù indica l’origine della fede e della conversione di vita in un confronto diretto della propria coscienza con la Parola di Dio, che illumina e guida, e che, accolta, riesce a cambiare la vita. Abramo rispondeva alla richiesta di mandare Lazzaro ad avvisare i fratelli perché non facessero la sua stessa fine: veniva affidata la speranza di una fede convinta al segno straordinario di un  morto che appare ed esorta (Lc 16, 27-28). Ecco allora che cosa può significare credere senza aver visto. Perciò, sia che ci troviamo dinanzi ad una persona che non crede e vuole porsi domande di fede o lo si vuole portare alla fede, sia che ci troviamo dinanzi ad una persona, la cui fede si è indebolita o è caduta in oblio o addirittura rinnegata, non è necessario invocare miracoli o condurli in posti ove si crede accadano prodigi. Non è detto che si convertirà o ritroverà la sua fede. Bisogna invitare entrambi a confrontarsi con la Parola di Dio e con la vita della comunità cristiana che si sforza di testimoniare la fede. Su questo confronto interiore, invocata dalla preghiera di chi crede, si inserirà la grazia di Dio, che tutto rinnova.

Solo Dio Amore sazia la nostra sete di felicità

Dio è Amore e l’amore è Da Dio
di don Vincenzo Carnevale

Non c’è amore più grande di questo: Dare la propria vita. ‘Dare la vita’, non è soltanto morire per l’amico, ma, prima di tutto e soprattutto, è vivere per l’amico, spendere la propria vita per lui e vivere con lui. Dare la vita per l’amico, come una madre la dona al figlio, anche se nelle doglie del parto; dare la vita è soprattutto uscire dal proprio egocentrismo e riversarsi nel servizio dell’altro, per il bene dell’altro, per la vita dell’altro. Chi dà la propria vita non muore mai! Pensa al chicco di grano! In questa prospettiva, quante persone hanno dato e sacrificato la vita per noi!  Ogni giorno, nell’Eucaristia, Qualcuno mi ama fino a dare la Sua vita per me! Amatevi gli uni gli altri. La necessità dell’amore fraterno è fondata sul dato teologico che Dio è amore e che l’amore viene da Dio! Dunque, l’unico modo per conoscere e giungere a Dio, è amare l‘altro. Il nostro amore verso Dio, dunque, è solo risposta al Suo amore, dimostratoci, nei fatti e nella verità storica dell’Evento del Figlio, Gesù Cristo. L’amore di Dio, dimostrato in Gesù Cristo, è amore di elezione, amore incondizionato, liberatore, gratuito e fedele. Da questo ‘primo’ Amore, nasce e, su questo primo Amore, si fonda l’amore vicendevole. Agli gnostici, che si vantavano di poter vedere e conoscere Dio, senza vivere il comandamento dell’amore, Giovanni replica e afferma: Dio è invisibile, lo puoi conoscere solo se ami il fratello che vedi; lo puoi incontrare solo se incontri il fratello, lo puoi amare solo se ami, nei fatti e nella verità, il fratello che vedi, che incontri e ami concretamente. L’amore, che ci dobbiamo reciprocamente e vicendevolmente, deve modellarsi su quell’amore che Gesù ha per noi e che ne é la causa e la fonte. È quell’amore che rende amici i nemici. Infatti, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi (Rm 5,8). Eravamo nemici e ci ha resi amici. Per grazia, dunque, siamo diventati amici e non siamo più servi perché Gesù ci ha rivelato i segreti del Padre Suo, facendoci conoscere la Sua relazione intima con il Padre e lo Spirito, insieme al Suo Progetto Salvifico. Come Io ho amato voi. È Cristo, che ha donato Se stesso, il modello del vero rapporto con gli altri: rimanere in Lui e restare con Lui, dunque, è questione vitale ed essenziale per poter amare il fratello come Lui ci ha amati, chiamandoci e facendoci diventare veri Suoi amici! Chi rimane (ama) con Gesù, non può mettere al centro l’io, escludendo il Vangelo (questo Io vi comando!), non può più poggiare e costruire la sua vita sull’egoismo e sul relativismo, sull’utilitarismo, slegato dal bene oggettivo, sulla contabilizzazione (dare per avere), sul possedere sempre più, sull’accumulare cose e senza crescere in umanità e dignità, non può continuare a percorrere vie dell’ingiustizia e dell’illegalità! Allora, il nostro vero problema consiste nel come passare dall’io per me, al “io per gli altri”; dall’io che si serve degli altri, all’io al servizio gratuito degli altri; dall’altro per me, all’io per l’altro! Chi ama nei fatti e nella verità, infatti, unito a Cristo, dona con larghezza, ama con sincerità, odia il male e le sue vie, aderisce, con il cuore e la sua mente, al Suo progetto di amore. Amore di Dio e amore del Prossimo sono un UNICUM, costituiscono una sola e unica SINFONIA, se manca uno, non si dà l’altro: si stona, si zoppica, si vacilla, non si progredisce nel cammino della vita! Rimanete nel Mio amore. Il discepolo deve rimanere in quell’amore che il Padre ha effuso sul Figlio e che il Figlio ha donato/partecipato ai Suoi, coinvolgendoli nella comunione trinitaria. Ai discepoli è richiesto di conservare e vivere questo dono: amare come sono stati amati! Non devono (e non possono) conquistarsi e guadagnarsi l’amore di Dio! Devono solo custodire e conservare il dono ricevuto. L’amore è stato riversato in noi, non ce lo siamo guadagnati noi! Il Padre comunica al Figlio il Suo amore e il Figlio lo dona a noi, rendendoci capaci dello stesso Suo amore verso gli altri. Come rimanere in questo amore e come conservare questo amore? Osservando i Comandamenti di Gesù, si rimane in quest’amore e si vive nella gioia piena e duratura.  Nell’essere in/con Cristo, il vivere per Cristo è la vera gioia che nessuno potrà mai toglierci. Il sentirsi amati e il poter rispondere a questo amore, rendono pienamente felici. Solo l’amare genera vita piena! S. Tommaso definisce la gioia promessa da Gesù ‘gaudium’: “la presenza del bene amato” “presentia boni amati” (S.T. II-II, q. 28, a. 1). La presenza della persona amata è fonte di gioia piena! Quando Gesù Cristo diventa per me il Bene amato, il sommo Bene sono nella gioia. La mia gioia è nella comunione con Lui. Questa relazione di amore, però, non è nostra conquista o merito nostro, ma elezione e libera scelta del Signore: ‘Io vi ho scelto, vi ho trattato da amici e vi ho fatto diventare miei amici perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga’. Chi rimane in comunione con il Cristo, non può chiedere al Padre se non quello che Egli desidera e, perciò, il Padre sempre lo esaudisce. L’essere uno in Cristo e il restare in quest’Amore, ‘spingono’ necessariamente ad amare con lo stesso amore i fratelli: Questo vi comando, che vi amiate gli uni gli altri.  Il vero rapporto con gli altri, non è costituito dallo stare “tra” gli altri, senza alcuna reciprocità, senza alcuna relazione umana e interpersonale, senza arricchimento reciproco, rimanendo estranei, anonimi e indifferenti, ma è l’essere “con” gli altri, che esige attenzione, ascolto, accoglienza, relazione affettiva e sintonia; è l’essere “per” gli altri che impegna tutto se stesso a superare le barriere rigide e invalicabili del proprio egoismo, per aprirsi e donarsi completamente agli altri nella gratuità e totalità (il dono di sé)!  A fondamento di tutto, però, è, l’essere “in” Dio amore, che è la meta e l’aspirazione profonda di tutta l’esistenza umana e che solo può saziare la nostra sete incolmabile di amore e felicità.

Francesco di Paola: un santo, dal cuore sempre giovane, che parla a chi ha il cuore giovane

Francesco di Paola: un santo, dal cuore sempre giovane, che parla a ch ha il cuore  giovane
di P. Giovanni Cozzolino, O.M.

Francesco di Paola, dal cuore sempre giovane,  è un santo che parla ai giovani e  rivela il segreto per essere perennemente giovani, come lui lo è stato fino a 91 e così come lo è il Dio di Gesù Cristo, che è eternamente giovane, e che si rivela e si fa conoscere più facilmente dai giovani e da tutti coloro che hanno il cuore giovane. Ciò è fondamentale per tutti coloro che vogliono camminare in sintonia con questo Dio giovane, perennemente giovane, il quale vuole che anche noi siamo sempre giovani, perchè  tra giovani ci si intende, ci si capisce. Essere giovani vuol dire, innanzitutto, saper attendere: come Dio che attende sempre l’uomo per salvarlo, come Francesco di Paola  che ha atteso fino a 90 anni per vedere realizzato il suo sogno di avere una Regola propria per la sua Famiglia Religiosa. Il giovane, allora, è colui che sa vivere l’attesa e, quindi, sa sempre attendere, non brucia mai le tappe della sua crescita, non brucia mai l’itinerario dell’amicizia, dell’amore e non brucia mai i suoi  sogni. Chi ha il cuore sempre giovane sa attendere il compimento della volontà di Dio che, essendo l’eterno giovane, si rivela  al tempo opportuno, così come ha fatto con Francesco di Paola per l’arco di 91 anni: l’imoprtante è saper riconoscere i passi di Dio che sempre passa nella vita di chi ha il cuore sempre giovane. Se si bruciano, come spesso succede oggi, l’amicizia, l’amore, i valori che contanto nella vita si diventa vecchi, al contrario di Francesco di Paola  che per 91 anni ha saputo sempre  riconoscere i passi di Dio mentre passava nella sua vita e, per questo, è rimasto sempre giovane. Oltre all’attesa, per rimanere sempre giovani bisogna essere pieni di speranza, perchè  la speranza  proietta chi ha il cuore sempre giovane continuamente nel futuro, gli fa lasciare il passato e  lo porta ad essere nel presente strumento dell’amore di Dio.  E questa gioventù bisogna viverla nelle varie tappe della vita, per cui tutti coloro che hanno sempre la speranza in un futuro migliore, sempre convinto che, nonostante tutto,  Dio sta preparando per tutti coloro che hanno il cuore giovane il suo progetto d’amore senza fine.  Chi è giovane ed ha il cuore giovane, non  si lascia prendere mai dal gelo della vecchiaia, che inaridisce il cuore, perché si pensa sempre al passato, perché si pensa che nulla possa cambiare e si incapaci di scorgere Dio che passa continuamente nella propria vita. Bisogna avere il cuore sempre giovane per non lasciar cadere sulla propria vita il gelo della vecchiaia, che poi diventa ala della morte. Tutti i giovani d’età e gli uomini da cuore sempre giovane, poichè sempre pieni di speranza, sanno che bisogna vivere il presente, comprendendo che i sogni si realizzano con il sacrificio e che si è protesi comunque verso un futuro migliore “progredendo sempre di bene in meglio”. Per essere sempre giovani e avere il cuore sempre giovane bisogna aspettarsi sempre cose nuove e vivere nella conversione continua, che rinnova continuamente la propria vita: questo è “l’amore alla maggiore penitenza”, che è una modalità sempre giovane e nuova per pratica la Buona Novella del vangelo, che ci ha insegnato Francesco di Paola. Chi si rassaegna e dice ‘non c’è niente da fare’, ‘nulla può cambiare’ e che ‘tutto rimane sempre come prima’ è già vecchio! Si è vecchi, infatti, quando si lasca cadere nella propria vita il freddo della vecchiaia e l’ala della morte: infatti, i vecchi sono coloro che ormai non si aspettano più niente di nuovo, che non hanno più speranza nel futuro e che vivono nella rassegnazione. Francesco di Paola ci fa comprendere con la testimonianza della sua vita che siamo tutti chiamati ad essere giovani e dal cuore sempre giovane perché anche noi, come lui, subito siamo capaci di riconoscere la presenza di Gesù Cristo appena lo vediamo passare nella nostra vita: solo in questo modo si è davvero giovani e si ha il cuore sempre giovane perché si ama l’attesa e la speranza,  perchè si crede nei propri sogni, sogni che a volte sembrano impossibili,  ma si è convinti che “a chi ama Dio tutto è possibile”. E ciò che è davvero bello è il fatto che Francesco di Paola nella vita vecchia di ogni giorno ha saputo  essere sempre giovane senza arrendersi mai, andando sempre controcorrente e, nel suo eremo, accogliendo tutti, non solo lui ha saputo riconoscere Gesù in tutti coloro che lo cercavano , ma lo ha dato anche ad altri e risuciva in ciò  perchè amava Maria, la sempre giovane per eccellenza, che ha dato il suo Figlio ad ogni uomo dal cuore giovane. Francesco di Paola ci fa comprendere come rimanere sempre giovane: è necessario “avere il gusto delle cose celesti”!  Se si ha il “gusto delle cose celesti”  si rimane sempre giovani e si permette a Dio di realizzare sempre la sua promessa d’amore:  e proprio quando tutto sembra impossibile, ecco che si realizza il disegno d’amore e di pace da parte di Dio.  Se si ha  sempre il “gusto delle cose celesti”, non ci si lascia incantare dalle cose della terra, perchè chi guarda sempre la terra è ormai vecchio.  Se si ha sempre “il gusto delle cose celesti”, si diventa capaci di avere un cuore vede continuamente Dio che è perennemente nuovo e Dio ama le cose nuove e le novità ed essere giovani ed avere un cuore sempre giovane vuol dire proprio questo: amare continuamente le cose nuove, perché Dio  si presenta e si manifesta in ognuno  in un modo sempre nuovo.  Questa è la giovinezza ed la capacità di avere un cuore sempre giovane: credere nell’impossibile, credere nella follia dell’impossibile,  fondare la propria vita su un Dio che folle d’amore che non si ferma mai: ecco la “continua conversione” e “il progredire sempre di bene in meglio”, che sono il cuore del suo carisma penitenziale. Chi ha il cuore sempre giovane lascia riempire i suoi occhi dai sogni e da ciò che sembra impossibile, lascia riempire i suoi occhi dai lampi della novità e della follia dell’amore-carità. Chi ha il cuore sempre giovane aspetta sempre la novità di Dio, si lascia trovare sempre pronto all’incontro con Gesù che passa all’improvviso nella sua vita  ed à capace di prenderlo  fra le sue braccia come Maria, colei che davvero ha il cuore sempre giovane e dire ‘ ho realizzato la mia giovinezza con colui che è l’eterno giovane” perchè ho incontrato e ho detto si al Signore Dio, che è l’ Emmanuele in mezzo a noi. Tutto sarà bello, tutto sarà buono, tutto sarà giusto se si è capaci di mantenere il cuore sempre giovane, se si ha la capacità di non invecchiare mai, perché ognuno si lascia trovare pronto all’incontro con Colui che è la giovinezza per sempre, convinto che solo con il Dio con noi nascerà un mondo sempre più bello, sempre più buono e sempre più giusto, che non avrà mai fine.

Ma nel nostro Occidente davvero crediamo in Gesù Cristo?

Ma nel nostro Occidente davvero crediamo in Gesù Cristo?

di P. Giovanni Cozzolino, O.M.

Nel nostro occidente ci chiediamo come mai la religione cristiana ha sempre meno spazio nella sfera pubblica? Per il cristianesimo il secolarismo militante è tanto pericoloso quanto l’ateismo militante. Infatti, tendono entrambi ad escludere la religione dalla sfera pubblica e politica, relegandola in un ghetto e confinandola nell’ambito della …… devozione intimistica privata. L’iniziazione di un adulto alla vita cristiana si svolge secondo degli itinerari abbastanza simili, che si tratti dell’Africano di Cartagine nel IV secolo o del contadino del Ciad e dell’operaio di periferia nel XXI secolo. Ma il fondo cambia: quello di una società più o meno segnata dal cristianesimo o dal paganesimo, quello di una mentalità modellata da un insegnamento, un’informazione, una cultura che veicola o rifiuta totalmente dei valori religiosi. Ora i colori di questo sfondo si sono nettamente accentuati in una tonalità dominante: quella dell’incredulità generale di massa. Tale incredulità è talmente diffusa che si potrebbe dubitare che la religione abbia ancora qualche futuro nel XXI secolo…  “Dio è morto. I culti stanno per morire. Le Chiese si decompongono di giorno in giorno sempre di più”: si è spesso predetto in questo genere di amalgama audace l’avvento decisivo dell’ateismo di massa come viene augurato dall’UAAR.Primo sintomo: la nostra società si è desacralizzata. L’Ospedale di Dio si chiama oramai Azienda sanitaria locale. La Sicurezza Sociale Leggi il resto di questo articolo »

Essere Educatori Giovanili Minimi alla scuola di San Francesco di Paola!

Essere Educatori Giovanili Minimi

alla scuola di San Francesco di Paola

di P. Giovanni Cozzolino, O.M.

Nell’Ordine dei Minimi, la pedagogia di formatore assume una valenza applicabile a tutte le attuali circostanze di vita aggregata e associata, specie nel mondo giovanile. Dalla vita di San Francesco di Paola sappiamo che il nostro santo era il  tipo di correttore servizievole che, nel contesto della vita comunitaria, soleva  perfino ubbidire piuttosto che comandare.Non di rado serviva le pietanze  a refettorio, lavava i panni dei confratelli e accettava perfino di subire da  loro dei rimproveri. Francesco di Paola amava lasciare il dovuto spazio alle iniziative dei confratelli nella gestione del convento e della vita religiosa in generale. Tuttavia, non erano rare le circostanze in cui lo si vedeva assumere un tono  altezzoso, categorico, irto di severità, specialmente quando si verificavano  fra i religiosi della sua casa episodi incresciosi ed irrimediabili, nel quale  non si poteva far altro che intervenire in modo incisivo. Francesco di Paola era solito  non omettere la punizione a scopo emendativo, anche tramite procedimenti severi e sofferti: il frate non ometteva di comunicare le sue intenzioni di correzione fraterna e di emendazione, che erano ben lungi dal gratuito esercizio della potestà e della supremazia; chi sbagliava in materia grave, mentre veniva severamente punito e ammonito, doveva comprendere che il provvedimento era mirato alla realizzazione del suo stesso bene e di quello della comunità. Al di fuori di queste circostanze, anche nei confronti di quanti avevano subito siffatte pene, Francesco di Paola  era solito concedere vantaggiosi premi e sollievi. La verga con la manna rappresentavano nel linguaggio della  Regola  di Francesco di Paola, il retto equilibrio fra la giustizia e la misericordia, in  quanto l’amore consiste nella correzione degli sbagli anche quando questa  dovesse imporre delle drastiche soluzioni: Dio Padre non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva. Dal modo di operare di Francesco di Paola si comprende come vivere la dolce pedagogia della penitenza evangelica in senso vero e autentico, evitando di creare fratture ma portando ogni uomo all’incontro con Cristo. Lo specifico della Pastorale Giovanile Minima consiste in un unicum inscindibile fatto di preghiera, formazione (penitenziale), attività; per cui, se si divide questo unicum evangelico e minimo, può succedere che si può cantare in un coro e non cre dere nel Signore, si possono fare mille attività e non credere nel Signore, si  può stare insieme e non credere nel Signore. Dalla testimonianza di vita del nostro santo abbiamo anche intuizioni su come essere veri formatori della propria comunità minima e dei fedeli affidati alla cura pastorale. L’educatore giovanile minimo, secondo lo stile di San Francesco di Paola, è sempre partecipativo e comunicativo, lascia spazio ai giovani per quanto riguarda i loro interventi e le iniziative, ma questo non vuol dire chiudere gli occhi di fronte agli inconvenienti o che sia  indifferente alle pecche e alle carenze; né vuol dire che si mostri eccessiva mente premuroso nello svolgimento delle situazioni al punto da soffocare  le persone a lui affidate su ogni cosa e precludersi a qualsiasi iniziativa da parte dei medesimi; l’educatore minimo è occupato, ma non preoccupato:  occupato perché intento ad animare il gruppo e gestire tutte le situazioni  presenziando costantemente; non preoccupato perché nel fare questo non si mostra eccessivamente ossessionato. Egli ha a cuore con assoluta obiettività il buon andamento dei giovani e il conseguimento del bene comune, obiettivi  per i quali si pone volentieri al loro ascolto, valorizza le loro esigenze, apprezza le iniziative e il senso di partecipazione da parte dei medesimi ed è  disposto a dare fiducia. L’educatore giovanile minimo, come San Francesco di Paola, ha un unico sogno: annunciare il Vangelo e portare i giovani all’incontro vero ed autentico con Gesù Cristo, soprattutto a coloro che sono per lo più digiuni di evangelizzazione. Egli è missionario: e il missionario è uno che va, non uno che aspetta; non dice: venite, ma dice andiamo. Egli è uno che si fa capire e, in quanto missionario, non è uno che giudica, ma è invece uno che porta la buona notizia del Vangelo. Egli è uno che contagia amore e non è uno che spiega il cristianesimo; egli sa che bisogna sempre ri-annunciare la bella notizia di Gesù Crocifisso, morto e risorto, il quale non è morto di raffreddore, ma è morto d’amore per la gioia e la salvezza di tutti! Personalmente il primo annuncio l’ho ricevuto da mia madre quando mi disse, a proposito di Gesù Crocifisso: «Il Signore non è un morto per sempre, non devi avere paura, è sulla croce per amore, anche per te, ed è risorto, anche per te».

L’Identikit dell’Animatore Giovanile Minimo Leggi il resto di questo articolo »

S. Francesco di Paola, emigrante: un pensiero per tutti i calabresi nel mondo

S. Francesco di Paola, emigrante
di P. Giovanni Cozzolino, O.M.
Emigrare é sempre una difficile realtà che, se non é vista con gli occhi di Dio, diventa dolorosa e triste da vivere. Infatti, a livello umano tanti sono i motivi che spingono a lasciare la propria terra per vivere una vita dignitosa e, anche se ciò non dovrebbe accadere, perché ogni uomo ha diritto di vivere la propria vita nella sua terra, se leggiamo il tutto secondo la volontà di Dio, allora non solo comprendiamo che tutto ciò é disegno di Dio, ma ci viene rivelato, in modo particolare che, in fondo, essendo tutti fratelli, siamo tutti  un popolo senza confine: il popolo di Dio, che é padre di tutti! Certo, il dispiacere di lasciare la propria terra e i propri cari si avverte con facilità.
Anche Francesco di Paola ha sofferto tutto ciò, quando ai suoi confratelli, almeno vent’anni prima di recarsi in Francia, diceva ai suoi religiosi: “Che sarebbero partiti per un paese lontano; non avrebbero capito la lingua del paese né gli uomini di quel paese avrebbero capito la loro. Questa è la volontà di Dio”. Ma la sofferenza umana, subito diventa abbandono amoroso al progetto di Dio, per cui, appena Francesco comprende che ciò é la volontà di Dio Padre, a 67 anni, lascia la sua Calabria e si reca in Francia. Leggi il resto di questo articolo »

San Francesco di Paola: il santo del rinascimento della Calabria

San Francesco di Paola: il santo del rinascimento della Calabria
di P. Giovanni Cozzolino, O.M.

La famiglia e l’infanzia di San Francesco di Paola
Dal Processo Cosentino emerge che i genitori di  Francesco erano persone dabbene e  di buona vita e fama. Sul matrimonio contratto tra il padre Giacomo e la madre Vienna si afferma che contrassero  matrimonio legittimo e che da questo matrimonio vero e legittimo nacque  Francesco che fu nutrito e cresciuto  come loro figlio legittimo e naturale  (teste 57). Il teste 10 Bartolo de Perri,  paolano, descrive la spiritualità del  padre di Francesco quando afferma  che Giacomo de Martolilla nacque in  Paola e fu battezzato e che per tutto il  tempo della sua vita visse onestamente e come buono cristiano, che andava vestito in modo rude, senza camicia e  mai mangiò carne, ma solo cibi quaresimali. Per quanto concerne la madre  lo stesso teste dice che la mamma di  Francesco era donna dabbene e di buona vita e buona cristiana e che sempre  visse secondo la fede cristiana. Sempre  lo stesso teste sui rapporti familiari  afferma che Giacomo e Vienna erano  marito e moglie, che tra loro era stato  contratto matrimonio con il consenso  di ambe le parti a viva voce e secon do il rito della Chiesa di Roma, e che vissero pacificamente e quietamente, da buoni cristiani. Sempre da questo teste sappiamo che non solo Francesco nacque legittimamente da questo vero matrimonio, ma anche che dopo  la nascita lo fecero battezzare e che gli posero il nome Francesco. Per quanto concerne la formazione spirituale e pastorale del santo, il teste afferma che l’adolescente Francesco visse sem pre onestamente, secondo le norme  ecclesiastiche e santamente come buono cristiano e che in ogni luogo andava sempre edificando monasteri come Paola, Paterno e Spezzano, sempre perseverando di bene in meglio e che  tanta gente andava da lui per rimedi  alleloro malattie e che se ne tornavano a casa contenti e con grazia. Leggi il resto di questo articolo »

L’attualità del messaggio di San Francesco di Paola

L’attualità di san Francesco di Paola

di P. Giovanni Cozzolino, O. M.

San Francesco di Paola è una predica salutare che fa dell’azione concreta e dell’impegno morale gli strumenti per testimoniare il progredire di bene in meglio; è  esempio che stimola l’atto di libertà personale, di libera e cosciente adesione ai valori della vita, della libertà del bene attraverso non le parole, ma mediante la concretezza dell’agire, che fa della testimonianza lo strumento per diffondere e affermare i principi della dignità e della sacralità dell’uomo: l’uomo è al centro della vita di Francesco di Paola, l’uomo come tempio di Dio, come luogo sacro da difendere e da valorizzare, ma anche come soggetto perfettamente inserito nella storia, di cui Egli conosce le contraddizioni e le angosce e di cui condivide la straordinaria ricchezza.

Tutta la vita di Francesco di Paola, poi, è attraversata dalla ricerca dell’essenzialità, di ciò che riconduce l’uomo alla verità dell’esistenza  e, oggi, bisogna riscoprire la cultura dell’essenzialità- diffusa da san Francesco di Paola – per sfuggire ai condizionamenti di un banale atteggiamento consumistico: bisogna diffondere la cultura dell’essenzialità come difesa del valore dell’uomo come superamento di un’ideologia di affermazione di effimeri prodotti e apprendere la vera essenza delle cose e per ridare valore alla vita. Leggi il resto di questo articolo »

Le più belle espressioni di san Francesco di Paola

Le più belle espressioni di san Francesco di Paola

di P. Giovanni Cozzolino, O. M.

* Confidate nel Signore, che vi aiuterà.

* Abbiate grande fede in Gesù Cristo.

* Chi non ha fede tanto meno può avere grazia.

* Conformatevi al divino volere.

* Operiamo per carità.

* Lasciamo fare a Dio: ne avrete benefici spirituali e temporali.

* Comportatevi bene, vivete nella rettitudine, osservate i comandamenti.

* Servite Dio devotamente e avrete grazia.

* Cercate di vivere nel bene, con ogni bontà e purezza, nel santo timor di Dio.

* A chi ama Dio tutto è possibile.

* A coloro che servono Dio tutte le creature gli obbediscono.

* Guardatevi da ogni male, fuggite i pericoli in qualunque luogo andiate o dimoriate.

* Siate benigni, modesti ed esemplari. Leggi il resto di questo articolo »

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ed onde
di smeraldo
sabbia fine
tra le dita mie,
ed ancora
il ripetersi
nel cuore...
la dolce melodia.
Melodia
di un amore
che dona
il sorriso
ad un fratello
che spera.
E chiedersi
il perché
di tanto amore
nel mio cuore.
Tu unica risposta
ad ogni "perché".
Tu unica
fonte d'Amore.
Tu che ridoni
al mondo
la forza
e la speranza,
Tu!
Sii per me
la gioia
e la certezza
di esistere,
ed io sarò
come
nota
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Scriverò
con la vita
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a Te intonato
nel meraviglioso
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di un Cielo
colorato!

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pensiero

"Insegnerai a volare,
ma non voleranno
il tuo volo.
Insegnerai a sognare,
ma non sogneranno
il tuo sogno.
Insegnerai a vivere,
ma non vivranno
la tua vita.
Ma in ogni volo,
in ogni sogno
e in ogni vita,
rimarrà
per sempre
l'insegnamento
ricevuto!".
(Madre Teresa di Calcutta)

Ama il creato
creato

Lo sguardo
al Pane del Cielo
dia fecondità
al nostro impegno
per il pane della terra:
senza Cielo
non si può vivere,
mentre con il Cielo
le nostre terre
diventeranno
un giardino!

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