Quanto è bello il “mio” San Francesco di Paola: UNA VITA PER I POVERI E PER LA CHIESA!

27 marzo 2018: Buon compleanno ad un Santo sempre giovane e attuale!

Quanto è bello il “mio” San Francesco di Paola: UNA VITA PER I POVERI E PER LA CHIESA!

di P. Giovanni Cozzolino, O.M.

 

 

Quanto è bello il “mio” San Francesco di Paola che si ritira giovanetto nel paesaggio boscoso e naturale di Paola, al dolce suono del torrente Isca, per un’esperienza cristiana unica, da valorizzare soprattutto oggi.

Quanto è bello il “mio” San Francesco di Paola che pratica il Vangelo di Nostro Signore Gesù Cristo, in modo semplice, senza pretese, simpaticamente, convincente, immerso nella preghiera, nel lavoro e nella carità.

Quanto è bello il “mio” San Francesco di Paola che diventa subito modello di tanti giovani che si uniscono a lui semplicemente e anche loro senza pretese.

Quanto è bello il “mio” San Francesco di Paola che con il suo modo di vivere attira giovani semplici, veri e autentici, e non uomini adulti, intellettuali di spicco e che contano.

Quanto è bello il “mio” San Francesco di Paola che attira giovani generosi che vedono lui lo stampo di ci vuole seguire veramente Gesù Cristo, pregando, lavorando e con una vita sobria ed essenziale.

Quanto è bello il “mio” San Francesco di Paola che stimola i giovani a essere sempre protagonisti nel vivere il clima di Paola fatto di semplicità, povertà e gioia, invitandoli sempre a non perdere questa freschezza evangelica, snaturandola con il passare del tempo.

Quanto è bello il “mio” San Francesco di Paola che è attorniato da giovani entusiasti, che con lui sono una vera comunità e fraternità.

Quanto è bello il “mio” San Francesco di Paola che è così legato alla sua terra, riassumendone le caratteristiche di ruvidezza, di laboriosità, di disagio sociale e, con i suoi giovani, diventerà voce di chi non ha voce e costruirà insieme con loro altri eremi, centri di vita cristiana e sociale, in altre città della Calabria: Paterno Calabro, Spezzano della Sila, Corigliano Calabro.

Quanto è bello il “mio” San Francesco di Paola che con i giovani vive gioiosamente di elemosina, senza mai mercanteggiare con nessun potente e praticando insieme il mondo della quaresima: preghiera assidua, digiuni, austerità, povertà, realizzando buone opere e vivendo di carità, nella carità e per carità.

Quanto è bello il “mio” San Francesco di Paola che con i giovani vive il “deserto”, cioè, un modo lontano da quello quotidiano, che dà il gusto di essere liberi per Dio, che arricchisce perché si vive secondo natura e che porta a un colloquio ininterrotto con Dio creatore e con gli uomini, soprattutto di chi non conta nulla .

Quanto è bello il “mio” San Francesco di Paola che con i giovani ha dato origine a un movimento, ove si vive il clima di vita di famiglia, di semplicità, di povertà e senza pretese e che mette sempre in movimento coloro che sono semplici, che vogliono realizzare in se stessi il Vangelo e costruire un mondo migliore.

 

Quanto è bello il “mio” San Francesco di Paola Immaginiamoci in una delle strade di Roma nell’anno 1430. Passa un fastoso corteo. I romani, abituati a simili spettacoli non ci badano, danno solamente uno sguardo fugace a metà tra l’infastidito e l’indifferente. Di simili cortei che portano a spasso nobili, potenti, cardinali e altra gente ricca ne vedono tutti i giorni. Perché regalare loro uno sguardo di attenzione e ammirazione? Ma quel giorno tra i passanti per quella strada c’era anche un’umile famigliola di pellegrini, provenienti dalla Calabria. Papà, mamma ed un ragazzo di 14 anni.

Questi guarda lo spettacolo del corteo avvicinarsi sempre più rumoroso. Fissa bene l’occupante della carrozza: è un cardinale di Santa Romana Chiesa. Il ragazzo rimane profondamente turbato dallo sfarzo di cui si faceva sfoggio e grida all’indirizzo del presule: “Gli apostoli di Gesù Cristo non andavano per via con tanta pompa”. Racconta un biografo che il cardinale (si chiamava Giuliano Cesarini), ben valutando il coraggio del ragazzo e soppesando le parole che gli aveva rivolto, non si arrabbiò per niente, anzi rispose dolcemente al giovane: “Caro figliolo, non ti scandalizzare di questo lusso. Se ne facessimo a meno, ai nostri tempi, la dignità ecclesiastica ne scapiterebbe nella stima degli uomini, e verrebbe disprezzata dai secolari”.

Il ragazzo coraggioso che aveva osato apostrofare un cardinale in pompa magna per le strade di Roma, si chiamava Francesco, Martolilla di cognome. Oggi lo ricordiamo come San Francesco di Paola. Nacque appunto a Paola, una cittadina della Calabria non lontana da Cosenza, dai genitori Giacomo e Vienna da Fuscaldo. Perché il nome Francesco? Fu chiamato così in onore del grande santo di Assisi. I suoi genitori avevano pregato tanto questo santo per ottenere un figlio che non arrivava mai. Questa nascita ci fa ricordare altre maternità problematiche narrate nell’Antico Testamento, in particolare quella di Anna ed Elcana, i genitori di Samuele. Papà Giacomo e mamma Vienna trovarono logico non solo chiamare Francesco il loro tanto sospirato bambino (un filius senectuctis arrivato dopo tante lacrime e preghiere) ma anche di promettere che gli avrebbero fatto indossare l’abito votivo dei francescani.

Raggiunta l’età il piccolo Francesco fu accompagnato presso i conventuali di San Marco Argentano, non lontano da Cosenza, per sciogliere il voto e prestare un anno di famulatus.
Forse noi moderni storciamo il naso a questa iniziativa dei genitori di relegare il loro bambino in convento facendogli già vestire il saio francescano. Magari ci viene voglia di gridare allo scandalo e di pensare a quali possibili traumi infantili siano essi stati la causa. Non bisogna giudicare i fatti del passato con le nostre categorie. Niente di tutto questo. Il bambino si trovò bene, e manifestò ben presto la sua propensione alla preghiera, alla vita di pietà. Anzi cominciò a manifestare anche segni soprannaturali che poi lo renderanno famoso negli anni seguenti.

I suoi superiori lo stimavano molto e desideravano che il ragazzo si fermasse presso di loro. Ma Francesco desideroso di conoscere altre forme di vita religiosa, tornò a casa presso i genitori. Poco dopo intraprese un lungo pellegrinaggio, durante il quale visitò Assisi, Montecassino, Loreto e Roma, dove avvenne l’episodio appena narrato.

La scelta radicale di vita eremitica

Quel pellegrinaggio aveva impressionato grandemente Francesco tanto da portarlo ad una svolta radicale: la vita eremitica. Col permesso dei genitori molto religiosi si ritirò poco fuori Paola, in un territorio della famiglia, e cominciò la sua vita in solitudine, fatta di preghiera, penitenza, riflessione, lavoro, silenzio ed austerità molto accentuata.

Questo stile di vita di preghiera di povertà assoluta non era un pallino, o una infatuazione passeggera. Il giovane resistette bene attirando l’attenzione dei concittadini. Molti di essi si recavano da lui e gli chiedevano di mettersi sotto la sua direzione spirituale, condividendo lo stesso genere di vita dura e austera.
“Francesco divenne per Paola un punto di riferimento religioso e sociale, entrando nel cuore della gente si recava da lui per sottoporgli problemi della più diversa natura. L’eremita era visto inoltre, come l’unico baluardo in grado di opporsi ai soprusi della corte aragonese, come la persona capace di mettersi dalla parte della gente povera e semplice di quel lembo del Regno di Napoli e di assumere un ruolo di vero umanista nell’interesse di chi non aveva voce” (A. Galuzzi).
Questo primo gruppo di giovani attirati dal suo esempio sarà il primo nucleo di quello che diventerà in seguito l’ordine religioso dei Minimi, cioè dei piccolissimi.

La fama di Francesco, della sua santità, dei suoi poteri taumaturgici (vedi finestra) si diffonde rapidamente ben oltre Paola. Portata infatti dai mercanti napoletani questa arriva fino in Francia, alla corte del re Luigi XI, allora infermo. Questi, tramite il papa Sisto IV, fece chiamare il santo calabrese: dal profondo sud d’Italia alla magnificenza della corte del re francese. Non c’è che dire un bel salto. Fatto in obbedienza al papa, solo per obbedienza. L’eremita di Paola, tutto preghiera, penitenza, silenzio iniziava così il capitolo diplomatico della sua vita. Anche Ferrante d’Aragona il re di Napoli, il suo re, politicamente sperava molto da questa missione in terra di Francia, del suo suddito un po’ speciale. Così speciale e coraggioso che una volta Francesco rifiutò le monete d’oro che il re gli diede. Anzi le spezzò davanti a lui, lasciandone colare del sangue e dicendogli in faccia: “Sire, questo è sangue dei tuoi sudditi che opprimi e che grida vendetta al cospetto di Dio”.

Al suo arrivo al castello, il re Luigi XI gli venne incontro, inginocchiandosi davanti a lui, e chiedendogli la benedizione. Sperava in uno dei suoi famosi interventi taumaturgici.
Ma la grazia non arrivò. Il re non guarì, almeno fisicamente. Ma il contatto con il santo operò una trasformazione. Il suo regno era stato seminato da guerre, contese, odi infiniti e sangue, tanto sangue, anche di innocenti. Francesco non pregò per la sua guarigione ma per la conversione. Lo aiutò, con successo, a fare una buona morte, liberandolo dai suoi tormenti, dalle sue paure e terrori. Anche questo un miracolo.

Francesco fu trattenuto in Francia per ben 25 anni, ma fu anche lasciato libero di vivere in austerità assoluta. Era però sempre avvicinabile da tutti. E lui che non parlava francese consigliava i cittadini più semplici, li consolava e aiutava, come pure i dottori della Sorbona, desiderosi di riforma personale spirituale. La sua fama si diffuse in tutta Europa. Morì nel 1507 a 91 anni, una bella età, nonostante tutta la sua penitenza, privazioni ed austerità.

Due cose da difendere: la libertà e la povertà della Chiesa

La sua fama di eremita, di uomo di Dio, e di taumaturgo si era sparsa in tutta Europa già quando era ancora vivo (L’iconografia lo rappresenta anche mentre attraversa lo Stretto di Messina in piedi sul suo… mantello!). Questo si spiega anche la celerità con cui fu proclamato santo. Morto nel 1507 fu beatificato nel 1513 e canonizzato solamente 6 anni dopo. Vari regni come quelli di Napoli, di Boemia, di Francia, di Spagna lo hanno invocato come loro protettore. È stato anche dichiarato protettore della gente di mare da Pio XII nel 1943, e vent’anni dopo Giovanni XXIII lo dichiarò patrono della Calabria.
Francesco di Paola è uno dei santi più conosciuti della Chiesa. Questa sua fama fu dovuta non solo ai miracoli fatti già da vivo, a beneficio specialmente dei poveri, verso i quali fu sempre il suo primo amore e interesse. Dopo i poveri il suo grande amore fu per la Chiesa. Per Francesco la Chiesa deve farsi imitatrice dei poveri. Fustigatore dei prìncipi del mondo e dei prìncipi della Chiesa. Francesco sembra dire agli ecclesiastici: “Due cose difendete sempre: la povertà della Chiesa, e la libertà della Chiesa” (Mons. Girolamo Grillo).

È strano che san Francesco di Paola fu spesso accusato di essere troppo impegnato nel sociale, da altri invece di avere accentuato l’aspetto penitenziale, austero, mistico della vita. In parole di oggi, lo si accusava o di fare troppa contemplazione, o di fare eccessiva azione. Il messaggio che ci viene da questo santo è che non c’è santità vera e autentica, fondata sull’imitazione di Gesù Cristo, se non c’è nello stesso tempo grande azione e grande contemplazione a beneficio sempre della Chiesa e dell’umanità intera.
 

MIRACOLI IN DIFESA DI POVERI E DEBOLI

La volontà di san Francesco di Paola di alleviare le sofferenze dei poveri, di difenderli da soprusi e ingiustizie davanti ai potenti, baroni o principi e anche re dell’epoca, era totale. Era la sua opzione prima insieme all’amore alla Chiesa.
Per lui i poveri sono gli ignoranti, gli incolti, gli analfabeti, gli indifesi dai furbi di turno. Per alleviare le loro sofferenze, morali e materiali, farà molti miracoli. Si narra che agli operai che lavoravano per la costruzione del suo convento, e avevano sete oltre ad essere molto stanchi, con il suo bastone abbia fatto scaturire acqua da una roccia lì vicina. O per quegli stessi operai che non avevano né muli né carri per portare su le pietre necessarie per il cantiere. Tuttavia così privi di mezzi, riuscirono a portare sulle spalle quelle pietre senza sentire alcuna fatica. La presenza del santo tra di loro dava loro la forza necessaria. )Mario Scudu).

È la fede che fa i miracoli

Fin dall’inizio Francesco ebbe fama di grande taumaturgo… Fu il suo un potere taumaturgico a favore di tutti, in particolare dei poveri e degli oppressi dalla diffuse malversazioni dei potenti, contro i quali Francesco non si stancò di levare la voce. Gli elementi usati per il miracolo erano davvero secondari o insignificanti, i primi a portata di uomo, quasi a far capire che non erano essi a guarire e a risolvere il problema, bensì Dio.
C’è un fatto che ben sottolinea la metodologia del miracolo. Un giovane di Paola, nonostante il consulto con medici di fama, aveva su un braccio una piaga che non si rimarginava. La madre gli disse: “Vai anche tu al romitorio di Francesco, e vedrai che ti farà la grazia”. Si decise e andò. Espose il suo problema e tutti i tentativi fatti per guarire; Francesco si abbassò, prese la prima erba che venne tra le mani e gli disse: “Falla bollire, mettila sulla piaga, e sarai guarito”. Il giovane lo guardò e gli disse: “Di quest’erba ve n’è tanta a Paola, possibile che fa miracoli?”. L’eremita replicò: “È la fede che fa i miracoli”.
Ad un prete che gli faceva questa domanda: “Come fai a sapere che questa erba ha delle virtù?”, Francesco rispose con semplicità evangelica: “A chi serve fedelmente Dio e osserva i suoi comandamenti, anche le erbe manifestano le loro virtù”.  A. Galuzzi

 

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