DOMENICA DELLE PALME CON SAN FRANCESCO DI PAOLA!

 

DOMENICA DELLE PALME CON SAN FRANCESCO DI PAOLA

DI P. GIOVANNI COZZOLINO

  1. Osanna al Figlio di David: Mt 21,1-11

Il primo tema di questa giornata è l’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme. Egli, pur offrendo un segno della sua identità di Messia, entra nella città santa con la consapevolezza di essere giunto al termine della sua missione di inviato del Padre. Tutta la sua vita si era sviluppata avendo come meta finale questo ingresso (Mt 20, 17-19), che avrebbe segnato il compimento della volontà del Padre. La sua ora ormai era giunta (Mt 26, 45); quell’ora per la quale era venuto e che aveva dato senso a tutte le sue scelte e a tutta la sua missione (Gv 12,27). Mai egli aveva distolto lo sguardo da essa, ma l’aveva sempre guardata con dedizione e desiderata, con grande amore verso il Padre, meritando così di essere contraccambiato (Gv 10, 17). Egli permette, unica volta negli anni della sua missione pubblica, che venga riconosciuta la sua messianicità. Lascia che lo acclamino “Figlio di David”; lascia che venga riconosciuto come “Colui che viene nel nome del Signore”; lascia che gli tributino un’accoglienza da re, osannando con rami di palma e di ulivo. Egli accetta tutto questo, e, implicitamente, riconosce che gli è dovuto; gli appartiene, perché egli è tale, il Messia venuto nel nome del Signore. Ai farisei che, scandalizzati, lo invitano a far tacere gli ‘osanna’, egli risponde: “Vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre” (Le 19, 40). Permette questa accoglienza trionfale perché lo scandalo della sua passione sia accettato, poi, come l’espressione autentica della sua messianicità. Ne offre una chiave di lettura, quella autentica, data già nelle tentazioni del deserto (Mt 4, 1-11). Egli è il Messia consapevole di sé, ma, nonostante tutto, offre volontariamente la vita, nessuno gliela toglie (Gv 10, 18). Va a Gerusalemme per morire, non trascinato da alcuno, ma nel trionfo della sua regalità. Egli vuole che si riconosca che la strada scelta durante le tentazioni del deserto era la scelta di Dio, il suo piano prestabilito. Egli non è il liberatore politico, ma il salvatore religioso; non il Dio che si rivela nella gloria, ma il Dio che condivide la misera condizione umana; egli non ha voluto percorrere la strada della grandezza, ma quella dell’impotenza; non quella della ricchezza, ma della povertà. Solo così può presentarsi all’uomo come il Dio misericordioso, che lo comprende per aver condiviso tutto con lui (Eb 2, 17-18). I suoi contemporanei non lo capirono, accecati da una visione di gloria e di potenza. Tale visione distorta non permise loro di cogliere i segni di Dio (Mt 16, 3; Le 19, 44); quelli che Gesù aveva dato loro ripetutamente (Gv 10, 25): parlando (Gv 15, 22), spiegando i testi dell’Antico testamento (Le 24, 44), operando miracoli (Mt 9, 6). Come ogni anno, anche San Francesco rinnova interiormente la sua fede in Cristo, re e salvatore. Contemplarlo tale, è stato per lui facile. Nei suoi scritti con piacere si rivolge a lui o parla di lui come del “Re della gloria”, che bisogna amare e servire con fedeltà e devozione. La consacrazione religiosa assume, pertanto, il valore di “militanza”, che rievoca il rapporto soldato-re, con la conseguenza di tributare a lui ogni onore ed essergli fedele con tutta la radicalità possibile. Ma in quell’anno egli celebra la domenica delle palme con la coscienza che era l’ultima della sua vita e che era ormai prossimo anche lui al traguardo. Guidato, come Gesù, dal desiderio di fare la volontà di Dio, egli è vissuto sempre aperto all’azione dello Spirito Santo, pronto a leggere gli avvenimenti con gli occhi della fede, per cogliere in essi le sue ispirazioni e le sue indicazioni, onde poter essere strumento dell’azione di grazia di Dio. Cammino non sempre facile, perché le esigenze dello Spirito sono insistenti e sollecitano continuamente l’uomo, impedendogli di addormentarsi nelle sue comodità. Ripercorre il cammino della sua vita e non si pente di aver cercato sempre la volontà di Dio e aver risposto con grande disponibilità ai suoi appelli, non sempre facili; anzi, alcune volte molto scomodi, ma realizzabili con la fede nella croce. È quanto si chiede anche a noi. Dobbiamo iniziare questa settimana riaffermando la fede nel Cristo paziente e sofferente, per riconoscere in lui il Dio che ci salva; per cogliere nella sua esperienza una chiave di lettura per la nostra vita. Essere disposti ad abbracciare la croce fa parte della nostra esperienza umana e cristiana. La croce di Cristo non deve essere scandalo o follia per noi, ma la rivelazione della potenza e salvezza di Dio (1 Cor 1, 23-25). Dobbiamo fare il nostro atto di fede in lui, che si rivela a noi nell’umiliazione del Figlio. Dobbiamo imparare a riconoscerlo in questo modo, senza mai scandalizzarci del suo apparente silenzio alle nostre richieste. È la tua croce, o Signore, che ci ha redenti. Noi t’adoriamo.

Per la riflessione

° Vivo con gioia la mia appartenenza a Cristo?

° Ho il coraggio dì rendergli testimonianza davanti a tutti?

° Riesco a percepire e ad accettare il modo come Gesù ci salva?

II – Umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte: Fil 2, 6-11

Con la celebrazione della santa messa la liturgia spegne le luci sul trionfo del Messia che entra glorioso in Gerusalemme e accende quelle sul mistero della passione del Figlio di Dio. Le letture della Messa ora si concentrano tutte sulla considerazione della passione. La lettura della passione di uno dei tre vangeli sinottici ci immette ormai nel clima che caratterizzerà i giorni seguenti. Dal Messia trionfante al Cristo umiliato: un unico atto di fede deve legare i due aspetti del mistero di Gesù, fino ad introdurci nell’accettazione della necessità della croce per entrare nella gloria. La prima comunità cristiana ha colto immediatamente questa necessità, più volte affermata da Gesù nella sua predicazione (Gv 3, 14), e ne ha fatto oggetto di solenne proclamazione di fede riportata da S. Paolo nelle Lettera agli Efesini, che la liturgia oggi ci propone: “Umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome”. Questa necessità ha spiegato Gesù ai discepoli di Emmaus prima di rivelarsi loro nello spezzare il pane (Le 24, 26). Questa necessità hanno predicato gli apostoli, pur sapendo di suscitare scandalo e di essere considerati pazzi (At 2, 22-36). Questa necessità deve essere riconosciuta, accolta e annunciata anche da noi all’interno della nostra società secolarizzata, correndo anche noi il rischio di essere derisi come S. Paolo (1 Cor 1, 22-25). Questa necessità ci trasformi in testimoni coraggiosi, come lo furono i martiri, i grandi santi che, con i loro gesti coraggiosi non esenti da gravi sacrifici, hanno posto in essere forme di vita, iniziative sociali, cambiamenti culturali, tali da trasformare il mondo. Questa necessità, creduta anche da noi come apportatrice di vita, riuscirà a farci accettare il dolore della malattia, le sofferenze per le prove della vita, i sacrifici per costruire il bene. La stessa morte ormai non può far paura al credente, perché è stata vinta dalla morte del datore della vita (2 Tm 1, 10), Gesù, nostro Signore, dinanzi a cui tutto si prostra per riconoscerlo Signore; anche la morte, che l’ha tenuto sotto il suo potere per breve tempo, deve dichiararsi sconfitta. La liturgia della messa ci aiuta a capire che la sottomissione di Cristo al potere del male é avvenuta solo per quella via di salvezza che Dio ha voluto scegliere per redimere l’uomo, cioè quella della condivisione. Su questa pista di riflessione ci pone la prima lettura riproponendoci parte del terzo canto del Servo di Jave: “Il Signore Dio mi diede una lingua da iniziati” (Is 50, 4-7). La necessità del passaggio attraverso il sacrificio della croce non è conseguenza di una fatalità, che si impone dall’esterno a Gesù, ma frutto di una scelta (Gv 10,10) da parte di Dio che, per salvare l’uomo, ha voluto che il Figlio diventasse uomo. Dio ha voluto essere uomo per condividere e sperimentare la condizione umana, dominata dal peccato e dal male. Lo ha fatto perché la sua misericordia fosse frutto di una comprensione nata dall esperienza di ciò che l’uomo vive. È il grande insegnamento che ci viene dalla Lettera agli Ebrei (Eb 5, 7-10). Tutto questo ci riempie di gioia e ci aiuta ad entrare nel mistero di questi giorni con trasporto interiore, con il desiderio 1 raccogliere anche noi i frutti di tale salvezza. La febbre, che lo colpisce la domenica delle palme, è sentita da S. Francesco come la malattia “mortale”, quella che lo porterà all’incontro definitivo con Cristo. L’accettò con animo sereno e rassegnato. I cronisti notano che non permetteva che gli si desse sollievo alcuno. Al riguardo sorge spontanea la domanda: perché questa decisione? Non è difficile rispondere. Francesco volle, vivere anche lui, come il suo Signore, la “necessità” della croce per passare alla gloria della risurrezione. Volle bere anche lui il calice fino in fondo (Mt 20, 22) perché la sua identificazione con Gesù fosse piena. Non aveva scritto nella Regola che i malati “devono ringraziare Dio e gioire per il maggior tempo concesso loro per fare penitenza?”. Ora questo tempo era giunto anche per lui, ultima occasione per dare il tocco definitivo alla sua vita spirituale, prima di consegnarsi fiduciosamente nelle mani di Dio. È l’ultimo tratto di percorso della maggiore penitenza, che egli segue con dedizione profonda, prossimo ormai alla meta, tanto attesa e desiderata. Quanta luce e quanta pace riversa su di noi l’esemplarità di S. Francesco! Iniziamo anche noi questa settimana santa con il proposito fermo di interrogarci su come la “verità” della passione di Cristo incida realmente nell’indirizzo della nostra vita; se sappiamo accettare, cioè, la “necessità della croce” come premessa di vita.

Per la riflessione

  1. Come accetto nella mia vita la “necessità della croce”?
  2. Come mi pongo dinanzi alla volontà di Dio?
  3. So accettare il sacrifico per operare il bene che voglio?

Preghiera

Signore Gesù,

mi associo anche io al tripudio della folla

che ti acclama Re e Messia,

il Figlio di David, il salvatore del mondo.

Fa’ che la mia fede e il mio entusiasmo

non siano passeggeri,

come quelli della folla di Gerusalemme,

e che sappia riconoscere e accettare

il tuo modo di essere nostro salvatore.

L’accettazione della volontà di Dio

sia anche per me la forza della vita,

trovando in essa i motivi della mia speranza.

La tua croce non sia per me motivo di scandalo

ma premessa di vita e di vittoria.

Fa’ che sappia accogliere le mie croci quotidiane

con la stessa fiducia con la quale le hai accolte tu,

sapendo di unirmi a te e al tuo sacrificio

per la costruzione del bene nel mondo.

Amen.

Per la riflessione

  1. Come accetto nella mia vita la “necessità della croce”?
  2. Come mi pongo dinanzi alla volontà di Dio?
  3. So accettare il sacrificio per operare il bene che voglio?

Pensiero per la giornata

Mo Dio, mio Dio, perchè mi hai abbandonato (Sal 21,2)

 

DI P. GIOVANNI COZZOLINO

  1. Osanna al Figlio di David: Mt 21,1-11

Il primo tema di questa giornata è l’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme. Egli, pur offrendo un segno della sua identità di Messia, entra nella città santa con la consapevolezza di essere giunto al termine della sua missione di inviato del Padre. Tutta la sua vita si era sviluppata avendo come meta finale questo ingresso (Mt 20, 17-19), che avrebbe segnato il compimento della volontà del Padre. La sua ora ormai era giunta (Mt 26, 45); quell’ora per la quale era venuto e che aveva dato senso a tutte le sue scelte e a tutta la sua missione (Gv 12,27). Mai egli aveva distolto lo sguardo da essa, ma l’aveva sempre guardata con dedizione e desiderata, con grande amore verso il Padre, meritando così di essere contraccambiato (Gv 10, 17). Egli permette, unica volta negli anni della sua missione pubblica, che venga riconosciuta la sua messianicità. Lascia che lo acclamino “Figlio di David”; lascia che venga riconosciuto come “Colui che viene nel nome del Signore”; lascia che gli tributino un’accoglienza da re, osannando con rami di palma e di ulivo. Egli accetta tutto questo, e, implicitamente, riconosce che gli è dovuto; gli appartiene, perché egli è tale, il Messia venuto nel nome del Signore. Ai farisei che, scandalizzati, lo invitano a far tacere gli ‘osanna’, egli risponde: “Vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre” (Le 19, 40). Permette questa accoglienza trionfale perché lo scandalo della sua passione sia accettato, poi, come l’espressione autentica della sua messianicità. Ne offre una chiave di lettura, quella autentica, data già nelle tentazioni del deserto (Mt 4, 1-11). Egli è il Messia consapevole di sé, ma, nonostante tutto, offre volontariamente la vita, nessuno gliela toglie (Gv 10, 18). Va a Gerusalemme per morire, non trascinato da alcuno, ma nel trionfo della sua regalità. Egli vuole che si riconosca che la strada scelta durante le tentazioni del deserto era la scelta di Dio, il suo piano prestabilito. Egli non è il liberatore politico, ma il salvatore religioso; non il Dio che si rivela nella gloria, ma il Dio che condivide la misera condizione umana; egli non ha voluto percorrere la strada della grandezza, ma quella dell’impotenza; non quella della ricchezza, ma della povertà. Solo così può presentarsi all’uomo come il Dio misericordioso, che lo comprende per aver condiviso tutto con lui (Eb 2, 17-18). I suoi contemporanei non lo capirono, accecati da una visione di gloria e di potenza. Tale visione distorta non permise loro di cogliere i segni di Dio (Mt 16, 3; Le 19, 44); quelli che Gesù aveva dato loro ripetutamente (Gv 10, 25): parlando (Gv 15, 22), spiegando i testi dell’Antico testamento (Le 24, 44), operando miracoli (Mt 9, 6). Come ogni anno, anche San Francesco rinnova interiormente la sua fede in Cristo, re e salvatore. Contemplarlo tale, è stato per lui facile. Nei suoi scritti con piacere si rivolge a lui o parla di lui come del “Re della gloria”, che bisogna amare e servire con fedeltà e devozione. La consacrazione religiosa assume, pertanto, il valore di “militanza”, che rievoca il rapporto soldato-re, con la conseguenza di tributare a lui ogni onore ed essergli fedele con tutta la radicalità possibile. Ma in quell’anno egli celebra la domenica delle palme con la coscienza che era l’ultima della sua vita e che era ormai prossimo anche lui al traguardo. Guidato, come Gesù, dal desiderio di fare la volontà di Dio, egli è vissuto sempre aperto all’azione dello Spirito Santo, pronto a leggere gli avvenimenti con gli occhi della fede, per cogliere in essi le sue ispirazioni e le sue indicazioni, onde poter essere strumento dell’azione di grazia di Dio. Cammino non sempre facile, perché le esigenze dello Spirito sono insistenti e sollecitano continuamente l’uomo, impedendogli di addormentarsi nelle sue comodità. Ripercorre il cammino della sua vita e non si pente di aver cercato sempre la volontà di Dio e aver risposto con grande disponibilità ai suoi appelli, non sempre facili; anzi, alcune volte molto scomodi, ma realizzabili con la fede nella croce. È quanto si chiede anche a noi. Dobbiamo iniziare questa settimana riaffermando la fede nel Cristo paziente e sofferente, per riconoscere in lui il Dio che ci salva; per cogliere nella sua esperienza una chiave di lettura per la nostra vita. Essere disposti ad abbracciare la croce fa parte della nostra esperienza umana e cristiana. La croce di Cristo non deve essere scandalo o follia per noi, ma la rivelazione della potenza e salvezza di Dio (1 Cor 1, 23-25). Dobbiamo fare il nostro atto di fede in lui, che si rivela a noi nell’umiliazione del Figlio. Dobbiamo imparare a riconoscerlo in questo modo, senza mai scandalizzarci del suo apparente silenzio alle nostre richieste. È la tua croce, o Signore, che ci ha redenti. Noi t’adoriamo.

Per la riflessione

° Vivo con gioia la mia appartenenza a Cristo?

° Ho il coraggio dì rendergli testimonianza davanti a tutti?

° Riesco a percepire e ad accettare il modo come Gesù ci salva?

II – Umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte: Fil 2, 6-11

Con la celebrazione della santa messa la liturgia spegne le luci sul trionfo del Messia che entra glorioso in Gerusalemme e accende quelle sul mistero della passione del Figlio di Dio. Le letture della Messa ora si concentrano tutte sulla considerazione della passione. La lettura della passione di uno dei tre vangeli sinottici ci immette ormai nel clima che caratterizzerà i giorni seguenti. Dal Messia trionfante al Cristo umiliato: un unico atto di fede deve legare i due aspetti del mistero di Gesù, fino ad introdurci nell’accettazione della necessità della croce per entrare nella gloria. La prima comunità cristiana ha colto immediatamente questa necessità, più volte affermata da Gesù nella sua predicazione (Gv 3, 14), e ne ha fatto oggetto di solenne proclamazione di fede riportata da S. Paolo nelle Lettera agli Efesini, che la liturgia oggi ci propone: “Umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome”. Questa necessità ha spiegato Gesù ai discepoli di Emmaus prima di rivelarsi loro nello spezzare il pane (Le 24, 26). Questa necessità hanno predicato gli apostoli, pur sapendo di suscitare scandalo e di essere considerati pazzi (At 2, 22-36). Questa necessità deve essere riconosciuta, accolta e annunciata anche da noi all’interno della nostra società secolarizzata, correndo anche noi il rischio di essere derisi come S. Paolo (1 Cor 1, 22-25). Questa necessità ci trasformi in testimoni coraggiosi, come lo furono i martiri, i grandi santi che, con i loro gesti coraggiosi non esenti da gravi sacrifici, hanno posto in essere forme di vita, iniziative sociali, cambiamenti culturali, tali da trasformare il mondo. Questa necessità, creduta anche da noi come apportatrice di vita, riuscirà a farci accettare il dolore della malattia, le sofferenze per le prove della vita, i sacrifici per costruire il bene. La stessa morte ormai non può far paura al credente, perché è stata vinta dalla morte del datore della vita (2 Tm 1, 10), Gesù, nostro Signore, dinanzi a cui tutto si prostra per riconoscerlo Signore; anche la morte, che l’ha tenuto sotto il suo potere per breve tempo, deve dichiararsi sconfitta. La liturgia della messa ci aiuta a capire che la sottomissione di Cristo al potere del male é avvenuta solo per quella via di salvezza che Dio ha voluto scegliere per redimere l’uomo, cioè quella della condivisione. Su questa pista di riflessione ci pone la prima lettura riproponendoci parte del terzo canto del Servo di Jave: “Il Signore Dio mi diede una lingua da iniziati” (Is 50, 4-7). La necessità del passaggio attraverso il sacrificio della croce non è conseguenza di una fatalità, che si impone dall’esterno a Gesù, ma frutto di una scelta (Gv 10,10) da parte di Dio che, per salvare l’uomo, ha voluto che il Figlio diventasse uomo. Dio ha voluto essere uomo per condividere e sperimentare la condizione umana, dominata dal peccato e dal male. Lo ha fatto perché la sua misericordia fosse frutto di una comprensione nata dall esperienza di ciò che l’uomo vive. È il grande insegnamento che ci viene dalla Lettera agli Ebrei (Eb 5, 7-10). Tutto questo ci riempie di gioia e ci aiuta ad entrare nel mistero di questi giorni con trasporto interiore, con il desiderio 1 raccogliere anche noi i frutti di tale salvezza. La febbre, che lo colpisce la domenica delle palme, è sentita da S. Francesco come la malattia “mortale”, quella che lo porterà all’incontro definitivo con Cristo. L’accettò con animo sereno e rassegnato. I cronisti notano che non permetteva che gli si desse sollievo alcuno. Al riguardo sorge spontanea la domanda: perché questa decisione? Non è difficile rispondere. Francesco volle, vivere anche lui, come il suo Signore, la “necessità” della croce per passare alla gloria della risurrezione. Volle bere anche lui il calice fino in fondo (Mt 20, 22) perché la sua identificazione con Gesù fosse piena. Non aveva scritto nella Regola che i malati “devono ringraziare Dio e gioire per il maggior tempo concesso loro per fare penitenza?”. Ora questo tempo era giunto anche per lui, ultima occasione per dare il tocco definitivo alla sua vita spirituale, prima di consegnarsi fiduciosamente nelle mani di Dio. È l’ultimo tratto di percorso della maggiore penitenza, che egli segue con dedizione profonda, prossimo ormai alla meta, tanto attesa e desiderata. Quanta luce e quanta pace riversa su di noi l’esemplarità di S. Francesco! Iniziamo anche noi questa settimana santa con il proposito fermo di interrogarci su come la “verità” della passione di Cristo incida realmente nell’indirizzo della nostra vita; se sappiamo accettare, cioè, la “necessità della croce” come premessa di vita.

Per la riflessione

  1. Come accetto nella mia vita la “necessità della croce”?
  2. Come mi pongo dinanzi alla volontà di Dio?
  3. So accettare il sacrifico per operare il bene che voglio?

Preghiera

Signore Gesù,

mi associo anche io al tripudio della folla

che ti acclama Re e Messia,

il Figlio di David, il salvatore del mondo.

Fa’ che la mia fede e il mio entusiasmo

non siano passeggeri,

come quelli della folla di Gerusalemme,

e che sappia riconoscere e accettare

il tuo modo di essere nostro salvatore.

L’accettazione della volontà di Dio

sia anche per me la forza della vita,

trovando in essa i motivi della mia speranza.

La tua croce non sia per me motivo di scandalo

ma premessa di vita e di vittoria.

Fa’ che sappia accogliere le mie croci quotidiane

con la stessa fiducia con la quale le hai accolte tu,

sapendo di unirmi a te e al tuo sacrificio

per la costruzione del bene nel mondo.

Amen.

Per la riflessione

  1. Come accetto nella mia vita la “necessità della croce”?
  2. Come mi pongo dinanzi alla volontà di Dio?
  3. So accettare il sacrificio per operare il bene che voglio?

Pensiero per la giornata

Mo Dio, mio Dio, perchè mi hai abbandonato (Sal 21,2)

 

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