Vivere il Giovedì Santo con San Francesco di Paola!

GIOVEDÌ SANTO

di P. Giovanni Cozzolino, O.M.

I – La lavanda dei piedi: Gv 13,1-15

Il giorno prima della sua passione e morte Gesù volle celebrare con i suoi la rituale cena pasquale, l’ultima della sua vita terrena. Fu il commiato con i suoi discepoli e, quasi sicuramente, anche con la Madre e con le donne del seguito. Ma fu anche un momento previsto e preordinato dalla provvidenza di Dio, perché in quella cena era stabilito che egli avrebbe fatto dono all’umanità del sacramento del suo corpo e del suo sangue e che avrebbe effettuato il passaggio dei suoi poteri di salvezza agli apostoli, consacrandoli suoi vicari, inviati a continuare la sua opera nel mondo intero. All’inizio della predicazione degli apostoli, nella fase di composizione dei vangeli, questa cena apparve subito non come un’improvvisazione dettata dal cuore, ma come un momento previsto e preordinato da sempre, nel contesto della pedagogia adottata dal Signore per la sua opera di salvezza. La cena fu aperta da Gesù con un gesto inconsueto, che sorprese gli apostoli: la lavanda dei piedi. Pietro fu il più colpito di tutti; non voleva accettare che il Maestro si sottomettesse a loro con un gesto così umiliante, compiuto abitualmente dai servi. Ma per Gesù tutto era in funzione del messaggio nuovo, che era venuto a portare. Con tale gesto ricorda la grande lezione dell’umiltà e del servizio, la grande rivelazione di come dovesse essere esercitata l’autorità: “Chi vuol essere il primo tra voi, si farà vostro schiavo” (Mt 20, 25-28). Non fu un gesto staccato da quanto compì dopo, spezzando il pane per i presenti e dividendo con loro il vino, ma ne anticipò il significato, perché il pane spezzato e il vino condiviso era il segno dell’amore vissuto come dono sino al sacrificio della vita . S. Giovanni era così convinto della relazione tra i due momenti, che di quel giovedì santo tace sulla istituzione dell’Eucarestia e racconta solo la lavanda dei piedi, sottolineando il mandato del Signore “a lavarsi i piedi l’uno con l’altro”, cioè ad amarsi e a servirsi reciprocamente, perché questo doveva essere l’Eucaristia per la vita dei credenti: memoria, convito, impegno di vita.

Durante la sua predicazione Gesù era tornato più volte su questo tema esortando a non scegliersi i primi posti (Le 14, 7-11), a non desiderare di primeggiare sugli altri (Mt 20, 20-23), ad essere poveri in spirito (Mt 5, 3), ad imparare da lui ad essere miti ed umili di cuore (Mt, 11-29). L’umiltà apre il cuore a Dio e permette che egli entri nella vita dell’uomo per plasmarlo e modificarlo secondo il suo volere. Il servizio apre anche il cuore dei fratelli e rende possibile una comunione, che va al di là delle semplici formalità esteriori. L’umiltà e il servizio rendono possibile quella fraternità ad ogni livello, predicata da Cristo. Sono la garanzia della sua solidità e stabilità contro ogni fuga, dispersione, scissione. Sono la condizione per realizzare l’amore sino al dono della propria vita, quello che Gesù ha annunciato nel solenne discorso dopo l’ultima cena (Gv 15, 13), anticipando la testimonianza data al venerdì con la sua morte. Una definizione resa visibile con la lavanda dei piedi e misticamente significata nel segno del pane e del vino. Certi valori cristiani, che esigono impegno e fedeltà, come ad esempio l’indissolubiltà del matrimonio (Mt 19, 1-9) e il non voltarsi indietro, una volta messo mano all’aratro (Le 9, 62), si fondano sulla comprensione e l’accettazione della qualità dell’amore cristiano, che deve essere vissuto fino al dono della vita.

Anche nel suo ultimo giovedì santo S. Francesco ha vissuto l’emozione del commiato radunando nella sua cella i frati esenti a Tours, numerosi a dire dei cronisti. Ma durante quel raduno, sull’emozione per l’imminente distacco, prevalse nel vecchio Eremita di Paola la volontà di offrire l’ultima catechesi sulla carità, sulla riconciliazione, sul perdono, sulla fedeltà alla propria condizione di religiosi. Non era la prima volta che lo faceva. Era suo uso farlo, periodicamente, alla vigilia delle feste più solenni. Il discorso sulla comunione fraterna aveva per lui la stessa risonanza e importanza della maggiore penitenza; anzi quest’ultima, oltre che facilitare la comunione con Dio, doveva rendere possibile anche quella fraterna. Seguendo gli esempi e gli insegnamenti di Gesù, anche lui esortò all’umiltà e al servizio, come condizione della comunione. Anzi, rifacendosi alle parole dette da Gesù per spiegare il senso della lavanda dei piedi, volle che i superiori si considerassero servi della comunità, posti da Dio a custodia della fedeltà dei fratelli.

Davanti a lui i frati procedettero al rito della lavanda dei piedi; lui preferì non farla, forse perché era stanco, dopo aver assistito alla messa in chiesa e dopo essersi fermato a lungo a pregare. I frati la fecero illuminati e sostenuti da quanto il loro padre e fondatore aveva detto e fatto quella sera in mezzo a loro. Ne accolsero la lezione, e, abbracciandosi l’uno con l’altro, capirono che egli voleva indirizzarli sulla strada evangelica della vera comunione, fondata sull’umiltà, sul servizio, sulla riconciliazione e sul perdono.

Per la riflessione

  1. Il mio rapporto con le persone è sorretto dallo spirito di servizio ?
  2. Come esercito l’autorità con le persone che mi sono sottomesse ?
  3. Il desiderio naturale di affermazione e di crescita si coniuga con i valori cristiani dell ‘umiltà e della giustizia ?

 

II – L’istituzione dell’Eucarestia: 1 Cor 11, 23-26

Quando Gesù, durante la cena, si alzò, spezzò il pane e divise il vino, proferendo le solenni parole di spiegazione, con le quali consegnava a noi il sacramento del suo corpo e del suo sangue, memoriale della sua morte e risurrezione, nuovo banchetto pasquale dal quale attingere vita, gli apostoli e gli altri presenti alla cena non compresero subito il significato del gesto del loro maestro. Ricevuto nel giorno della Pentecoste il dono dello Spirito, ne intuirono la portata sacramentale e si rivelò loro il senso del comando del Signore: “Fate questo in memoria di me” (Mt 22, 19). Iniziarono così a ripetere quel gesto, che lentamente divenne la messa, che noi ora celebriamo.

Analizzando il racconto fatto dagli apostoli, semplice ma esemplare, la predicazione prima e la riflessione teologica dopo, formularono i vari aspetti e significati di quanto Cristo fece e ci donò.

L’Eucaristia è realmente il corpo e il sangue di Cristo. Ciò significa che, dopo le parole della consacrazione pronunziate dal sacerdote, il pane e il vino sono realmente il corpo e il sangue del Signore. In ognuna delle due specie, il pane e il vino, è realmente presente Cristo, in corpo, sangue, anima e divinità. Gesù ha così realizzato la profezia dell’Emmanuele, il Dio-con-noi (Mt 1 23): “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20). In ogni chiesa la lampada accesa accanto ad un altare ci ricorda tale presenza, che esige da noi rispetto e A razione. Entrando in chiesa il nostro primo pensiero deve essere perciò, quello di cercare il luogo ove è conservata l’Eucaristia, per fermarci in preghiera di saluto e di adorazione; dopo si possono fare tutte le altre devozioni. La certezza di avere Gesù realmente presente in mezzo a noi dà un senso di pienezza alle nostre chiese cattoliche, quando si entra in esse. Non sono i fedeli che le riempiono, ma Cristo presente nel tabernacolo. Chi si reca in chiesa sa di non incontrare solo immagini o segni religiosi, ma la presenza viva di Cristo, realmente presente nell’Eucaristia, custodita nel tabernacolo.

L’Eucaristia è memoriale della morte e risurrezione del Signore. Neil’offrire agli apostoli il pane e il vino, Gesù dice: “Questo è il mio corpo dato per voi; questo è il mio sangue versato per voi”. È il corpo immolato sulla croce che egli ci dona. Questa verità fa di ogni messa un vero sacrificio. Si rinnova cioè, anche se non nella forma cruenta del Calvario, il sacrificio di Cristo sulla croce. La comunità cristiana, attraverso l’esercizio del sacerdozio ministeriale dei vescovi e dei presbiteri, offre nuovamente al Padre la volontà di Cristo di offrirsi a lui sulla croce per redimerci dai peccati (Eb 10, 10). L’Eucaristia è il sacro convito dove ci si nutre del corpo e del sangue di Cristo. Gesù ha detto: prendete e mangiate, prendete e bevete. L’Eucaristia è cibo per la nostra vita di fede. Ci nutriamo di Cristo per poter operare il bene, per essere forti nelle tentazioni, per sopportare le prove della vita, per irrobustirci nella fede, per essere aperti alla speranza e per essere costanti nella carità. Nessun credente può illudersi di operare il bene senza ricevere l’Eucaristia, in maniera degna, cioè dopo aver eliminato con la confessione il peccato che è in noi. Attraverso l’Eucaristia si attualizzano le parole del Signore: “Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue non avrete in voi la vita” (Gv 6, 53); “Io sono la vita, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla” (Gv 15, 5). Tutto questo fa sì che la celebrazione della messa domenicale sia insostituibile per un cristiano. I martiri di Abitene dissero: “Senza domenica noi non possiamo vivere”. È vero che si può pregare in ogni luogo, ma la messa partecipata in Cristo è l’incontro privilegiato con lui; è il momento in cui, con tutta la comunità cristiana, si annuncia la sua morte e la sua risurrezione. Nel racconto della morte di S. Francesco, l’ultima partecipazione alla celebrazione della messa e l’ultima comunione, assumono un significato particolare. Il vecchio eremita, l’austero asceta, l’inflessibile testimone di Cristo, il fondatore deciso e fermo riceve tra le lacrime la comunione, in ginocchio, battendosi il petto, dichiarandosi indegno.

Egli testimoniava in quel momento le parole dell’Apostolo: “Tutto posso in colui che mi dà forza” (Fil 4, 13). Tutto potè compiere, tutto sopportare, in tutto rimanere fedele, perché aveva attinto forza dall’Eucaristia, che egli, a dire di quanti l’hanno conosciuto, non tralasciava mai; anzi, qualche volta, al mattino, si fermava in chiesa per partecipare a tutte le messe che vi si celebravano.

Ma era la certezza del bene che la comunione reca all’anima a spingerlo a fare dell’Eucaristia il centro della vita. Valga, al di là di ogni commento, quanto egli ha scritto nella Regola del Terzo Ordine: “Ascoltate con riverenza le messe perché, muniti delle armi salutari della crudele Passione di Cristo, di cui nelle medesime mese si fa memoria, vi manteniate forti e saldi nell’osservanza dei comandamenti di Dio. Nelle medesime messe, inoltre, vi consigliamo di pregare devotamente perché la morte preziosa di Cristo divenga la vostra vita, il suo dolore la vostra medicina, la sua sofferenza il vostro eterno riposo”.

 

Per la riflessione

  1. Quale posto occupa l’Eucarestia nella mia vita spirituale?
  2. In che modo partecipo alla santa messa ?
  3. Quale il rapporto tra la messa e la vita?

Preghiera

Signore Gesù,

ti ringrazio per il dono dell’Eucarestia.

So per esperienza quanta forza tu ci doni

ogni volta che ci nutriamo di essa.

Ripenso a tutte le volte che ti ho adorato

parlando amorevolmente con te

nel silenzio e nella solitudine della chiesa quasi deserta,

e ti ringrazio dal profondo del cuore.

Grazie ancora per la gioia con la quale allieti le mie domeniche

attraverso la celebrazione della messa.

Grazie ancora per il dono dei sacerdoti:

sapere di poter incontrare in loro la certezza del tuo perdono,

mi dona pace e serenità.

Grazie, Signore; ti rendo infinite grazie.

Fa’ che sappia portare la gioia sperimentata nel tuo incontro

a tutti i fratelli, che ogni giorno poni sul mio cammino.

Fa’ che riesca a servirli, come tu hai insegnato,

collaborando perché anch’essi

possano sperimentare la gioia per averti incontrato. Amen

 

Pensiero per la giornata

Il tuo calice, Signore, è dono di salvezza (Sal 115,13).

 

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