Vivere il Venerdì Santo con San Francesco di Paola!

VENERDÌ SANTO

Chi si affligge per la sua sorte?: Is 52,13- 53,12

di P. Giovanni Cozzolino, O.M.

La prima lettura della liturgia del venerdì santo ci propone sempre dal libro del profeta Isaia, il quarto canto del servo del Signore. Ci invita a contemplare nel suo volto la tragedia della passione e a leggere nel suo cuore lo sconforto dell’abbandono, la solitudine nella sua ingiusta condanna: “Disprezzato e reietto dagli uomini… eppure egli si è caricato dei nostri dolori”. Quel che colpisce maggiormente nella passione di Gesù è la sua solitudine di fronte al Padre, dinanzi al quale deve portare il peso del peccato dell’uomo: “Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori”. Da solo; lui solo. Comprendiamo allora il grido sulla croce: “Dio mio perché mi hai abbandonato?” (Mt 27, 46). Tale grido è il momento più tragico della passione. Non sono solo le sofferenze fisiche, le crudeltà subite, le umiliazioni sopportate a rendere tragico questo venerdì, il più buio della storia umana. Ma è l’esperienza dell’assenza del Padre, della contemplazione del suo amore, a rendere infinitamente drammatico quel momento cruciale in cui tutto sembrò fermarsi in uno spaventoso silenzio. Gesù raggiunse la pienezza del progetto del Padre: dare il suo Figlio per la redenzione dell’uomo (Gv 3, 16); consegnarlo al peccato per far scaturire la grazia; lasciarlo distruggere dall’odio perché potesse rivelarsi il suo amore; permettere che morisse perché l’uomo rinascesse a vita nuova: “Il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti… è piaciuto prostrarlo nei dolori”. Gesù per un attimo sente tutto lo sconforto interiore per questo progetto, che ha accettato, ha amato, per il quale ha dato se stesso. È la sua umanità, fragile come quella di ogni uomo che cede sotto la spinta della sofferenza e interroga drammaticamente il Padre: perché?

Tutte le sofferenze umane sono raccolte in questo grido straziante: “Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Tutti gli uomini che soffrono hanno il diritto, perciò, di lanciare a Dio il loro grido implorante: perché? Tutti hanno il diritto di sentirsi stanchi e accasciati sotto il peso del dolore e veder vacillare la propria fede: perché? In questo grido Cristo ci ha spiegato, ancora una volta, il modo come Dio ha inteso salvare l’uomo, attraverso, cioè, la condivisione. Un Dio fatto uomo è un Dio che ha scelto di condividere la vita dell’uomo in tutto. Non ha voluto, perciò, essere un Dio che libera dal dolore e dalla morte, ma solo un Dio che condivide con noi l’uno e l’altra, e, condividendo, libera entrambi dal non-senso e dalla disperazione. Rimane il mistero dell’uno e dell’altro, perché lui ha preferito rimanere il Dio nascosto e misterioso, ma, nonostante tutto, il Dio che garantisce la vita; e la risurrezione del Figlio è un segno. Da quel grido, ormai, nessun dolore è assurdo, nessuna sofferenza impossibile, nessun dramma insignificante. La stessa morte è diventata la porta che ci apre alla vita. Su quella croce Cristo ci interpreta e ci redime. Vive il dolore umano e lo trasforma. Muore e ridona la vita. È la grandezza straordinaria del Dio vero, che i cristiani adorano, e possono chiamare, nonostante il dolore e la morte, “papà” e guardare a lui come ad un compagno di viaggio. Il profeta si lamenta: “Chi si lamenta per la sua sorte?”. Occorre accogliere tale lamento e allora, almeno in questo giorno, il venerdì santo, il cristiano dovrebbe capovolgere la consueta domanda rivolta a Dio: perché permetti che io soffra? Oggi bisogna chiedergli altro: perché hai voluto soffrire? Perché hai scelto questa via di salvezza, che ti rende a me solidale? Perché hai voluto oscurare la tua divinità per servire la mia umanità? Cosa hai guadagnato facendoti uomo, in tutto simile a me? Oggi, almeno, tacciano le nostre pretese nei confronti di Do e la considerazione delle nostre sofferenze lasci il posto alla compassione nei suoi confronti. Oggi, almeno, l’uomo abbia compassione di Dio; lo comprenda; lo aiuti ad essere uomo come noi, sopportando il peso del nostro peccato. Oggi, almeno, l’uomo si accorga di quanto Dio lo abbia amato, nonostante rimanga il mistero insondabile del suo dolore, che da quella Croce, però, attinge significato e vita. Sul letto di morte S. Francesco, nell’ultimo venerdì santo della sua vita, ascolta il racconto della passione e bacia ripetutamente la Croce. Esprime così la sua fede nel mistero della nostra redenzione. Accetta in questo modo anche la sua morte, unendola a quella di Cristo, certo anche lui di entrare in una nuova vita nell’attesa della risurrezione futura. Con Gesù anche lui sente tutta la sofferenza di lasciare questo mondo e raccoglie nel suo animo tutti i sacrifici fatti per compiere la missione affidatagli da Dio, non ultima la sofferenza della sua non piena sintonia con i suoi frati sul genere di vita consegnato loro nella Regola. Raccoglie e offre, sapendo che, sorretto dalla sofferenza redentrice di Cristo, anche la sua sarebbe stata di redenzione per i fratelli.

Per la riflessione

  1. Come mi muove interiormente la solitudine di Cristo nella sua passione?
  2. La compassione verso Cristo mi spinge alla riparazione?
  3. Guardando la croce, come accetto il dolore e il pensiero della morte ?

 

II – Tutto è compiuto: Gv 18,1-19. 42

Con queste parole Cristo chiude la sua vita sulla terra; mette fine alla sua missione; riconsegna se stesso al Padre: “Nelle tue mani consegno il mio spirito” (Le 23, 46). Tutto è compiuto! È stato un grido di amore e di fedeltà. Dopo lo sconforto della sofferenza, un affidamento sereno, espressione di pace interiore. La pace dello spirito di chi sa di avere compiuto fedelmente una missione. Giovanni introduce così le ultime parole di Gesù sulla croce: “Sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta”. Nella croce di Cristo la fedeltà radicale a Dio ha trovato il massimo della sua espressione. Dal Golgota in poi, ogni fedeltà umana si misura dalla croce, per cui non ci può essere vera fedeltà se non si è consapevoli e si accetta che essa si fonda sempre sulla disponibilità a vivere, nella propria vita, l’esperienza della croce. Per l’uomo ormai tutto si misura con la croce di Cristo: la fedeltà, l’amore, il sacrificio, la condivisione, la speranza, la disponibilità: “Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12, 32). La croce è diventata l’ago della bilancia per misurare il grado di umanità della vita di ogni uomo. Sì, perché sulla croce Cristo non ha compiuto solo una missione, ma ci ha offerto anche l’immagine perfetta del vero uomo, che cerca la verità e il bene e intende realizzare entrambi per il servizio all’uomo. Nel presentare alla folla Gesù flagellato e coronato di ne Pilato disse: “Ecco l’uomo” (Gv 19, 5), volendo dire che l’uomo, presentato a loro in quelle sembianze di persona umiliata e annullata, era quel Gesù da condannarsi perché aveva preteso di essere re. Non c’è nulla da temere, voleva dire Pilato; è un pover’uomo innocuo. In realtà enunciò in quel momento una profezia, il cui senso lo avrebbero compreso gli uomini di tutti i tempi, credenti e non: in quell’uomo c’era l’immagine della vera umanità che cerca la verità e il bene. Nella sua predicazione Gesù aveva detto: “Io sono venuto a darvi la vita e darvela in abbondanza” (Gv. 10, 10). La vita degna di essere vissuta, quella degna di essere definita veramente umana, passa attraverso la croce. Su questa essa raggiunge la perfezione, perché in essa si attuò l’ideale più alto dell’amore: “Non c’è amore più grande di colui che dona la vita per la persona amata” (Gv 15, 13). E tutti gli uomini sono d’accordo che l’amore è il primo e più grande valore, che rende la vita umana qualitativamente accettabile. Sul letto di morte, S. Francesco di Paola, baciando il Crocifisso, rinnova la fede in tutto questo. La sua vita si era alimentata sempre dell’idea che l’amore può tutto, che rende facile ogni sacrificio, che trasforma l’impossibile in possibile. Quante volte aveva detto che “a chi ama Dio tutto è possibile”! E quante volte aveva esortato a trovare nell’amore vero di Cristo la fonte e la radice della propria fedeltà a quanto a Dio era stato promesso. È stato questo richiamo, reso forte e inoppugnabile dal braciere arroventato tenuto fra le mani tremanti di un vecchio novantenne e febbricitante, ma rese sicure da una profonda convinzione interiore, a convincere i frati che lo attorniavano, che potevano essere anche loro fedeli al progetto di vita, che da lui avevano ereditato. Era un progetto esigente, ma possibile per uomini che avrebbero creduto nell’amore. Quando li vide in ginocchio attorno a lui nell’atto di promettere che sarebbero stati fedeli, si ricompose interiormente nella calma. Ripose per terra il braciere di fuoco, che aveva tenuto in mano con forza e speranza, e tornò a distendersi sul letto. Il corpo si ricompose nella serenità dei giusti, che stanno addormentandosi nel sonno della morte. Prese tra le mani il Crocifisso che gli diedero da baciare, congiunse le mani in segno di preghiera, pensò a Gesù morente sulla croce, chiuse gli occhi e proferì anche lui il suo “tutto è compiuto”. Invocò per l’ultima volta i nomi dolcissimi di Gesù e di Maria. E rese l’anima a Dio. Si chiuse così un cammino di fedeltà al Signore, cominciato con l’anno votivo trascorso a S. Marco Argentano, durante il quale intuì la grandezza di una spiritualità segnata dalla penitenza quaresimale per tutto l’anno, praticabile se si amava Dio.

In quel momento, che fissa per sempre le caratteristiche della vita di un uomo, S. Francesco di Paola cominciò a risplendere nella Chiesa come “luce che illumina i penitenti”.

Per la riflessione

  1. Qual è il grado di fedeltà a Dio nel mio progetto di vita?
  2. So accettare la croce pur di non venir meno a tale fedeltà?
  3. Qual è l’ideale di uomo che coltivo dentro di me?

Preghiera

Signore Gesù, mi inginocchio dinanzi alla tua croce, ho compassione delle tue sofferenze, sento vergogna peri miei peccati. Provo altresì conforto per la speranza che incontro in quelle braccia spalancate: la mia disperazione è vinta, il mio dolore acquista significato, oltre la mia morte c’è ora la vita. Grazie, Signore, per quanto dalla croce mi hai dato e mi insegni. Accogliendo la sublime lezione del chicco di grano che deve morire per dare frutto, fa’ che impari anche io ad accettare la croce per essere strumento di bene e di vita, per correggere il male presente e porre le basi di un futuro migliore. Accolgo dalle tue mani tutte le prove con le quali vuoi purificarmi e rendermi strumento di bene per gli altri. Ti chiedo, però, di non lasciarmi solo in quei momenti. Amen.

 

Pensiero per la giornata

Chi si affligge per la sua sorte?: Is 52,13- 53,12

La prima lettura della liturgia del venerdì santo ci pro¬none sempre dal libro del profeta Isaia, il quarto canto del servo del Signore. Ci invita a contemplare nel suo volto la tragedia della passione e a leggere nel suo cuore lo sconforto dell’abban¬dono, la solitudine nella sua ingiusta condanna: “Disprezzato e reietto dagli uomini… eppure egli si è caricato dei nostri dolori”.

Quel che colpisce maggiormente nella passione di Gesù è la sua solitudine di fronte al Padre, dinanzi al quale deve por¬tare il peso del peccato dell’uomo: “Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori”. Da solo; lui solo. Comprendiamo allora il grido sulla croce: “Dio mio perché mi hai abbandonato?” (Mt 27, 46). Tale grido è il momento più tragico della passione. Non sono solo le sofferenze fisiche, le crudeltà subite, le umiliazioni sopportate a rendere tragico que¬sto venerdì, il più buio della storia umana. Ma è l’esperienza dell’assenza del Padre, della contemplazione del suo amore, a rendere infinitamente drammatico quel momento cruciale in cui tutto sembrò fermarsi in uno spaventoso silenzio. Gesù rag¬giunse la pienezza del progetto del Padre: dare il suo Figlio per la redenzione dell’uomo (Gv 3, 16); consegnarlo al peccato per far scaturire la grazia; lasciarlo distruggere dall’odio perché potesse rivelarsi il suo amore; permettere che morisse perché l’uomo rinascesse a vita nuova: “Il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti… è piaciuto prostrarlo nei dolori”.

Gesù per un attimo sente tutto lo sconforto interiore per quest progetto, che ha accettato, ha amato, per il quale ha dato se stesso. È la sua umanità, fragile come quella di ogni uomo che cede sotto la spinta della sofferenza e interroga drammaticamente [\ Padre: perché?

Tutte le sofferenze umane sono raccolte in questo grido straziante: “Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Tutti gij uomini che soffrono hanno il diritto, perciò, di lanciare a Dio il loro grido implorante: perché? Tutti hanno il diritto di sentirsi stanchi e accasciati sotto il peso del dolore e veder vacillare la propria fede: perché?

In questo grido Cristo ci ha spiegato, ancora una volta, il modo come Dio ha inteso salvare l’uomo, attraverso, cioè, la condivisione. Un Dio fatto uomo è un Dio che ha scelto di condividere la vita dell’uomo in tutto. Non ha voluto, perciò, esse¬re un Dio che libera dal dolore e dalla morte, ma solo un Dio che condivide con noi l’uno e l’altra, e, condividendo, libera entrambi dal non-senso e dalla disperazione. Rimane il mistero dell’u¬no e dell’altro, perché lui ha preferito rimanere il Dio nascosto e misterioso, ma, nonostante tutto, il Dio che garantisce la vita; e la risurrezione del Figlio è un segno. Da quel grido, ormai, nessun dolore è assurdo, nessuna sofferenza impossibile, nessun dramma insignificante. La stessa morte è diventata la porta che ci apre alla vita. Su quella croce Cristo ci interpreta e ci redime. Vive il dolore umano e lo trasforma. Muore e ridona la vita. È la grandezza straordinaria del Dio vero, che i cristiani adorano, e possono chiamare, nonostante il dolore e la morte, “papà” e guardare a lui come ad un compagno di viaggio.

Il profeta si lamenta: “Chi si lamenta per la sua sorte?”.

Occorre accogliere tale lamento e allora, almeno in que¬sto giorno, il venerdì santo, il cristiano dovrebbe capovolgere la domanda rivolta a Dio: perché permetti che io soffra?

Oggi, almeno, tacciano le nostre pretese nei confronti di Do e la considerazione delle nostre sofferenze lasci il posto alla compassione nei suoi confronti. Oggi, almeno, l’uomo abbia compassione di Dio; lo comprenda; lo aiuti ad essere uomo come noi, sopportando il peso del nostro peccato. Oggi, almeno, l’uomo si accorga di quanto Dio lo abbia amato, nonostante rimanga il mistero insondabile del suo dolore, che da quella Croce, però, attinge significato e vita.

Sul letto di morte S. Francesco, nell’ultimo venerdì santo della sua vita, ascolta il racconto della passione e bacia ripetutamente la Croce. Esprime così la sua fede nel mistero della nostra redenzione. Accetta in questo modo anche la sua morte, unendola a quella di Cristo, certo anche lui di entrare in una nuova vita nell’attesa della risurrezione futura. Con Gesù anche lui sente tutta la sofferenza di lasciare questo mondo e raccoglie nel suo animo tutti i sacrifici fatti per compiere la missione affidatagli da Dio, non ultima la sofferenza della sua non piena sintonia con i suoi frati sul genere di vita consegnato loro nella Regola. Raccoglie e offre, sapendo che, sorretto dalla sofferenza redentrice di Cristo, anche la sua sarebbe stata di redenzione per i fratelli.

Per la riflessione

  1. Come mi muove interiormente la solitudine di Cristo nella sua passione?
  2. La compassione verso Cristo mi spinge alla riparazione?
  3. Guardando la croce, come accetto il dolore e il pensiero della morte ?

II – lutto è compiuto: Gv 18,1-19. 42

Con queste parole Cristo chiude la sua vita sulla terra; mette fine alla sua missione; riconsegna se stesso al Padre: “Nelle tue mani consegno il mio spirito” (Le 23, 46).

Tutto è compiuto! È stato un grido di amore e di fedeltà.

Dopo lo sconforto della sofferenza, un affidamento sereno, espressione di pace interiore. La pace dello spirito di chi sa di avere compiuto fedelmente una missione. Giovanni intro¬duce così le ultime parole di Gesù sulla croce: “Sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta”.

Nella croce di Cristo la fedeltà radicale a Dio ha trova¬to il massimo della sua espressione. Dal Golgota in poi, ogni fedeltà umana si misura dalla croce, per cui non ci può essere vera fedeltà se non si è consapevoli e si accetta che essa si fonda sempre sulla disponibilità a vivere, nella propria vita, l’espe¬rienza della croce. Per l’uomo ormai tutto si misura con la croce di Cristo: la fedeltà, l’amore, il sacrificio, la condivisione, la speranza, la disponibilità: “Quando sarò innalzato da terra, atti¬rerò tutti a me” (Gv 12, 32). La croce è diventata l’ago della bilancia per misurare il grado di umanità della vita di ogni uomo. Sì, perché sulla croce Cristo non ha compiuto solo una missione, ma ci ha offerto anche l’immagine perfetta del vero uomo, che cerca la verità e il bene e intende realizzare entrambi per il servizio all’uomo. Nel presentare alla folla Gesù flagellato e coronato di ne Pilato disse: “Ecco l’uomo” (Gv 19, 5), volendo dire che l’uomo, presentato a loro in quelle sembianze di persona umi¬liata e annullata, era quel Gesù da condannarsi perché aveva pre¬teso di essere re. Non c’è nulla da temere, voleva dire Pilato; è un pover’uomo innocuo. In realtà enunciò in* quel momento una profezia, il cui senso lo avrebbero compreso gli uomini di tutti i tempi, credenti e non: in quell’uomo c’era l’immagine della vera umanità che cerca la verità e il bene. Nella sua predicazione Gesù aveva detto: “Io sono venuto a darvi la vita e darvela in abbondanza” (Gv. 10, 10). La vita degna di essere vissuta, quel¬la degna di essere definita veramente umana, passa attraverso la croce. Su questa essa raggiunge la perfezione, perché in essa si attuò l’ideale più alto dell’amore: “Non c’è amore più grande di colui che dona la vita per la persona amata” (Gv 15, 13). E tutti gli uomini sono d’accordo che l’amore è il primo e più grande valore, che rende la vita umana qualitativamente accettabile.

Sul letto di morte, S. Francesco di Paola, baciando il Crocifisso, rinnova la fede in tutto questo. La sua vita si era ali¬mentata sempre dell’idea che l’amore può tutto, che rende faci¬le ogni sacrificio, che trasforma l’impossibile in possibile. Quante volte aveva detto che “a chi ama Dio tutto è possibile”! E quante volte aveva esortato a trovare nell’amore vero di Cristo la fonte e la radice della propria fedeltà a quanto a Dio era stato promesso. È stato questo richiamo, reso forte e inoppugnabile dal braciere arroventato tenuto fra le mani tremanti di un vecchio novantenne e febbricitante, ma rese sicure da una profonda convinzione interiore, a convincere i frati che lo attorniavano, che potevano essere anche loro fedeli al progetto di vita, che da lui avevano ereditato. Era un progetto esigente, ma possibile per uomini che avrebbero creduto nell’amore.

Quando li vide in ginocchio attorno a lui nell’atto di promettere che sarebbero stati fedeli, si ricompose interiormen¬te nella calma. Ripose per terra il braciere di fuoco, che aveva tenuto in mano con forza e speranza, e tornò a distendersi sul letto. Il corpo si ricompose nella serenità dei giusti, che stanno addormentandosi nel sonno della morte. Prese tra le mani il Crocifisso che gli diedero da baciare, congiunse le mani in segno di preghiera, pensò a Gesù morente sulla croce, chiuse gli occhi e proferì anche lui il suo “tutto è compiuto”. Invocò per l’ultima volta i nomi dolcissimi di Gesù e di Maria. E rese l’anima a Dio.

Si chiuse così un cammino di fedeltà al Signore, cominciato con l’anno votivo trascorso a S. Marco Argentano, duran¬te il quale intuì la grandezza di una spiritualità segnata dalla penitenza quaresimale per tutto l’anno, praticabile se si amava Dio.

In quel momento, che fissa per sempre le caratteristiche della vita di un uomo, S. Francesco di Paola cominciò a risplendere nella Chiesa come “luce che illumina i penitenti”.

Per la riflessione

  1. Qual è il grado di fedeltà a Dio nel mio progetto di vita?
  2. So accettare la croce pur di non venir meno a tale fedeltà?
  3. Qual è l’ideale di uomo che coltivo dentro di me?

preghiera

Signore Gesù,

inginocchio dinanzi alla tua croce, ho compassione delle tue sofferenze, sent0 vergogna peri miei peccati. Provo altresì conforto per la speranza che incontro in quelle braccia spalancate: la mia disperazione è vinta, il mio dolore acquista significato, oltre la mia morte c’è ora la vita. Grazie, Signore, per quanto dalla croce mi hai dato e mi insegni. Accogliendo la sublime lezione del chicco di grano che deve morire per dare frutto, fa’ che impari anche io ad accettare la croce per essere strumento di bene e di vita, per correggere il male presente e porre le basi di un futuro migliore. Accolgo dalle tue mani tutte le prove con le quali vuoi purificarmi e rendermi strumento di bene per gli altri. Ti chiedo, però, di non lasciarmi solo in quei momenti. Amen.

 

Pensiero per la giornata

Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito (Le 23, 46)

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