San Francesco di Paola: il santo della  divina misericordia!

 

San Francesco di Paola: il santo della  divina misericordia

di P. Giovanni Cozzolino, O. M.

Mi è sufficiente analizzare il prodigioso attraversamento del stretto di Messina per mettere in risalto che il nostro Santo è il santo della divina misericordia per tutta la sua esistenza terrena!

Francesco di Paola è richiesto dai Milazzesi “a commun consolazione”

Iddio, creatore del cielo e della terra, è pure “il Dio di ogni consolazione” (2 Cor 1, 3; cfr. Rm 15,5): numerose pagine dell’Antico Testamento ci mostrano Dio che, nella sua grande tenerezza e compassione, consola il suo popolo nell’ora dell’afflizione.

Per confortare Gerusalemme, distrutta e desolata, il Dio di ogni consolazione invia i suoi profeti a portare un messaggio di consolazione: “Consolate, consolate il mio popolo. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che è finita la sua schiavitù” (Is 40, 1-2); e, rivolgendosi a Israele oppresso dal timore dei nemici, dichiara: “Io, io sono il tuo consolatore” (Is 51, 12); e ancora, paragonandosi a una madre piena di tenerezza per i suoi figli, manifesta la sua volontà di recare pace, gioia e conforto a Gerusalemme: “Rallegratevi con Gerusalemme, esultate per essa quanti la amate. Vi sazierete delle sue consolazioni. Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò, in Gerusalemme sarete consolati” (Is 66,10.11.13).

In Gesù, vero Dio e vero uomo, nostro fratello, il Dio che consola si è fatto presente in mezzo a noi: così, infatti, lo indica per primo il giusto Simeone, che ebbe la gioia di accogliere fra le braccia il bambino Gesù e di vedere in lui adempiuta “la consolazione di Israele” (Lc 2, 25).

E, in tutta la vita di Cristo, la predicazione del Regno è un ministero di consolazione: annuncio di un lieto messaggio ai poveri, proclamazione di libertà per gli oppressi, di guarigione per gli infermi, di grazia e di salvezza per tutti (cfr. Lc 4, 16-2 1; Is 61, 1-2).

Dal Cristo, scaturisce questa rasserenante beatitudine: “Beati gli afflitti, perché saranno consolati” (Mt 5, 4); come pure il rassicurante invito: “Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò” (Mt 11, 28).

La consolazione che proviene dal Cristo è condivisione della sofferenza umana; volontà di lenire l’ansia e di alleviare la tristezza; segno concreto di amicizia: nelle sue parole e nei suoi gesti di consolazione si coniugano mirabilmente la ricchezza del sentimento con l’efficacia dell’azione. Quando, vicino alla porta della città di Nain, vede una vedova che accompagna al sepolcro il suo unico figlio, Gesù ne condivide il dolore: “ne ebbe compassione” (Lc 7, 13) tocca la bara, ordina al giovanetto di alzarsi e lo restituisce alla madre (cfr. Lc 7, 14-15).

Il Cristo è, ancora, anzi è primordialmente “fonte di consolazione”, perché Egli dona, insieme col Padre, lo Spirito Consolatore: “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre” (Gv 14,16): Spirito di verità e di pace, di concordia e di soavità, di conforto e di consolazione; Spirito che scaturisce dalla Pasqua di Cristo (cfr. Gv 19,28-34) e dall’evento della Pentecoste (cfr. At 2, 1-13). Tutta la vita di Cristo è, perciò, un continuo ministero di misericordia e di consolazione.

La Chiesa, contemplando il Cristo e le sorgenti di grazia e di consolazione che sgorgano da Lui, esprime questa realtà stupenda con l’invocazione: “Cuore di Cristo, fonte di ogni consolazione, abbi pietà di noi”.

Tale invocazione è memoria della sorgente da cui, lungo i secoli, la Chiesa ha attinto consolazione e speranza nell’ora della prova e della persecuzione; è invito a cercare nel Cuore di Cristo la consolazione vera, duratura, efficace; è monito perché, dopo aver sperimentato la consolazione del Signore, ne diventiamo a nostra volta portatori convinti e commossi facendo nostra l’esperienza spirituale che fece dire all’apostolo Paolo: “Il Signore ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dío” (2 Cor 1, 4) (1).

I Milazzesi, nel 1464, conoscono Francesco di Paola come l’uomo della consolazione di Dio e, poiché la loro terra è afflitta da vari conflitti civili ed ecclesiali, invitano il nostro Santo “che venisse in Milazzo a commun consolazione” e, per portare questa consolazione di Dio, Francesco di Paola subito, nel 1464, parte per la Sicilia.
Francesco va in Sicilia e, quindi a Milazzo, come Gesù invia gli apostoli in missione

Francesco non parte da solo per la Sicilia, ma insieme ad il compagno Fra Francesco Maiorano o Maisano di Milazzo, per portare “commun consolazione” ai Milazzesi, quindi come un apostolo e in sintonia con quanto il Signore raccomanda agli apostoli inviati in missione: Chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche. E diceva loro: ‘Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro’. Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano” (Mc 6, 7-13).

L’ ‘invio dei discepoli avviene “a due a due”, sia in riferimento alla duplice testimonianza: Colui che dovrà morire sarà messo a morte sulla deposizione di due o di tre testimoni. Non potrà essere messo a morte sulla deposizione di un solo testimone” (Dt 17, 6), sia secondo il consiglio del saggio Qoelet: “Meglio essere in due che uno solo, perché otterranno migliore compenso per la loro fatica. Infatti, se cadono, l’uno rialza l’altro. Guai invece a chi è solo: se cade, non ha nessuno che lo rialzi. Inoltre, se si dorme in due, si sta caldi; ma uno solo come fa a riscaldarsi? Se uno è aggredito, in due possono resistere: una corda a tre capi non si rompe tanto presto” (Qoelet 4,9-12) adottato poi anche dalla comunità cristiana di Gerusalemme: “Mentre essi stavano celebrando il culto del Signore e digiunando, lo Spirito Santo disse: ‘Riservate per me Barnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati” (At 13,2).

Gli ordini che Gesù dà ai suoi inviati riguardano, anzitutto, la povertà e la rinuncia: e per questo Francesco di Paola parte da Paterno senza alcun aiuto umano, e come appoggio solo la fede in Colui che è la nostra Via, Verità e Vita.

Il viaggio di questa prima andata in Sicilia di Francesco di Paola e il suo compagno proprio come Gesù insegna e, cioè, nella povertà e nel nascondimento, senza usare i mezzi del mondo come il denaro, il potere e la forza per portare la consolazione del Vangelo ai Milazzesi.

Francesco di Paola sa benissimo che la povertà è una condizione indispensabile per essere apostolo della consolazione e questa povertà è fede, libertà e leggerezza, perché un discepolo appesantito dai bagagli diventa sedentario, conservatore, incapace di cogliere la novità di Dio, abilissimo nel trovare mille ragioni di comodo e che la povertà è fede concreta di chi non confida in se stesso e nei propri mezzi, ma nell’assistenza e nella provvidenza di Dio.

L’annuncio del Vangelo e della consolazione deve sempre avvenire in povertà, perché proclama la croce che ha salvato il mondo e più che ciò che dobbiamo dire, Francesco di Paola insegna ciò che dobbiamo essere, perché ciò che l’uomo è grida più forte di ciò che l’uomo dice e il nostro santo, eremita e viandante penitente, fa comprendere che finché non siamo poveri, ogni cosa che l’uomo dà o che dice non è dono, ma solo esercizio di potere sugli altri.

Già nell’Antico Testamento, povertà, piccolezza e impotenza sono i mezzi che Dio sceglie per vincere “Poiché con la sua forza l’uomo non prevale” (Es 3,11); infatti “Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti. Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio” (1Cor 1,27-29) e questo insegnamento della Parola, Francesco lo tiene sempre presente in tutto il suo viaggio della sua lunga vita, perché quando ritorna alla casa del Padre, a 91 anni a Tours, a P. Bernardino Otranto da Cropalati, designato dal nostro santo come suo successore, ripeterà queste stesse parole: “Proclamandosi il p. Bernardino indegno di tanta carica e dicendo che vi erano altre persone dello stesso Ordine più sapienti di lui, il beato Padre Francesco rispose al p. Bernardino che si prestasse volentieri ad assumere quell’incarico, poiché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti agli occhi di Dio” (2).

La consolazione che Francesco di Paola porta ai Milazzesi è nel far comprendere che la salvezza viene dalla croce, svuotamento che rivela Dio: “Cristo mi ha mandato a predicare il vangelo; non però con un discorso sapiente, perché non venga resa vana la croce di Cristo” (1Cor 1,17).

Francesco di Paola, ardente imitatore di Nostro Signore Gesù Cristo, è pienamente associato al Cristo e lui può annunciare ai Milazzesi la consolazione e la conversione, perché è l’uomo della conversione, già riconciliato con Dio, con se stesso, con gli altri e con la natura e testimonia la consolazione di Dio perché è e vive come Gesù.

Francesco di Paola parte da Paterno Calabro soltanto con il bastone e il mantello, senza nessuna sicurezza se non quella che viene dalla Parola, perché così si comprende che il Vangelo non ha bisogno di mezzi umani adeguati e che la consolazione del Vangelo deve apparire che sta nel Vangelo stesso e non nei mezzi impiegati e, per questo, in questo viaggio da puro eremita, viandante e penitente le compagnie di Francesco di Paola e del suo compagno sono solo la piccolezza, la povertà, la penitenza e la libertà.

Il Mantello

Il “mantello” nel linguaggio biblico ha un significato molto più ampio del semplice capo di vestiario da indossare sopra la veste, indica, infatti, la personalità e la dignità di chi lo indossa. Ricordiamo il mantello di Elia – prima che questi sia rapito da un carro di fuoco – è dato ad Eliseo perché continui l’opera profetica del maestro: Elia prese il suo mantello, l’arrotolò e percosse le acque, che si divisero di qua e di là; loro due passarono sull’asciutto. Appena furono passati, Elia disse a Eliseo: ‘Domanda che cosa io debba fare per te, prima che sia portato via da te’. Eliseo rispose: ‘Due terzi del tuo spirito siano in me’” (2 Re, 2,8)

Ricordiamo, poi, quanto scritto nell’Esodo: “se prendi in pegno il mantello del tuo prossimo, glielo renderai prima del tramonto del sole, perché è la sua sola coperta, è il mantello per la sua pelle; come potrebbe coprirsi dormendo? Altrimenti, quando griderà verso di me, io l’ascolterò, perché io sono pietoso” (Es 22, 25-26): ciò ci fa comprendere che, portando con sé il mantello Francesco di Paola vuole testimoniare, che il povero ha diritto alla sua dignità, che è una persona e che come tale, va rispettato, protetto e difeso.

Il mantello, inoltre, è per Francesco di Paola simbolo di fedeltà all’amico, è segno della protezione di Dio, della sua presenza che avvolge e ripara, copre e difende, e quindi, sta ad indicare la protezione del Signore e fa comprendere che tutti siamo sempre avvolti per sempre dal suo amore: il mantello del nostro santo è come memoria di un amore ricevuto, di una amicizia sempre offerta, di una presenza sempre nuova che è quella di Dio.

 

Il Bastone

Il bastone che Francesco di Paola porta con sé, ricorda la fatica dell’andare, il sostegno per rialzarsi dalle cadute e per riprendere, con più vigore, il cammino della vita; è, quindi, il simbolo di chi cammina per le strade del mondo testimoniando Dio: è il simbolo del cammino, di un cammino faticoso e purificatore che ogni cristiano deve compiere, attraverso la penitenza: infatti parte “da Paterno pella catena dolendo passare per Sicilia”.

Il bastone di Francesco di Francesco di Paola, in questa prima parte del suo viaggio montuoso, provoca ogni uomo a mettersi in viaggio, come lui che è il viandante di Dio, verso la montagna di Dio, come Mosè verso il Sinai e come Elia verso l’Oreb, sempre alla ricerca del vero volto del vero Dio e non è segno di un vago cammino, ma del viaggio della ricerca continua del vero Dio, da cercare con libertà, rispetto, invito, testimonianza e vita e togliendo la mentalità del bastone come immagine della forza, della costrizione, dei condizionamenti più sottili, dei ricatti più grossolani, delle astuzie diplomatiche, dei privilegi, del potere.

Arrivato a Catona il bastone di Francesco di Paola assume un altro significato, e come quello di Mosé nell’esodo pasquale: “Il Signore disse a Mosè: ‘Perché gridi verso di me? Ordina agli Israeliti di riprendere il cammino. Tu intanto alza il bastone, stendi la mano sul mare e dividilo, perché gli Israeliti entrino nel mare all’asciutto. Ecco, io rendo ostinato il cuore degli Egiziani, così che entrino dietro di loro e io dimostri la mia gloria sul faraone e tutto il suo esercito, sui suoi carri e sui suoi cavalieri. Gli Egiziani sapranno che io sono il Signore, quando dimostrerò la mia gloria contro il faraone, i suoi carri e i suoi cavalieri’. L’angelo di Dio, che precedeva l’accampamento d’Israele, cambiò posto e passò indietro. Anche la colonna di nube si mosse e dal davanti passò dietro. Andò a porsi tra l’accampamento degli Egiziani e quello d’Israele. La nube era tenebrosa per gli uni, mentre per gli altri illuminava la notte; così gli uni non poterono avvicinarsi agli altri durante tutta la notte. Allora Mosè stese la mano sul mare. E il Signore durante tutta la notte risospinse il mare con un forte vento d’oriente, rendendolo asciutto; le acque si divisero. Gli Israeliti entrarono nel mare sull’asciutto, mentre le acque erano per loro un muro a destra e a sinistra. Gli Egiziani li inseguirono, e tutti i cavalli del faraone, i suoi carri e i suoi cavalieri entrarono dietro di loro in mezzo al mare. Ma alla veglia del mattino il Signore, dalla colonna di fuoco e di nube, gettò uno sguardo sul campo degli Egiziani e lo mise in rotta. Frenò le ruote dei loro carri, così che a stento riuscivano a spingerle. Allora gli Egiziani dissero: ‘Fuggiamo di fronte a Israele, perché il Signore combatte per loro contro gli Egiziani!’. Il Signore disse a Mosè: ‘Stendi la mano sul mare: le acque si riversino sugli Egiziani, sui loro carri e i loro cavalieri’. Mosè stese la mano sul mare e il mare, sul far del mattino, tornò al suo livello consueto, mentre gli Egiziani, fuggendo, gli si dirigevano contro. Il Signore li travolse così in mezzo al mare. Le acque ritornarono e sommersero i carri e i cavalieri di tutto l’esercito del faraone, che erano entrati nel mare dietro a Israele: non ne scampò neppure uno. Invece gli Israeliti avevano camminato sull’asciutto in mezzo al mare, mentre le acque erano per loro un muro a destra e a sinistra. In quel giorno il Signore salvò Israele dalla mano degli Egiziani, e Israele vide gli Egiziani morti sulla riva del mare; Israele vide la mano potente con la quale il Signore aveva agito contro l’Egitto, e il popolo temette il Signore e credette in lui e in Mosè suo servo” (Es 14, 15-30) .

Il bastone di Francesco di Paola diventa qui liberazione dalla schiavitù del denaro, di cui era schiavo Pietro Colosa che gli nega di traghettarlo con la barca; è strumento che apre la strada ad un mondo senza confini e ad una vita sempre nuova: “Così dice il Signore, che aprì una strada nel mare e un sentiero in mezzo ad acque possenti, che fece uscire carri e cavalli, esercito ed eroi a un tempo; essi giacciono morti, mai più si rialzeranno, si spensero come un lucignolo, sono estinti: Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa. Mi glorificheranno le bestie selvatiche, sciacalli e struzzi, perché avrò fornito acqua al deserto, fiumi alla steppa, per dissetare il mio popolo, il mio eletto. Il popolo che io ho plasmato per me celebrerà le mie lodi” (Is 43,16-21); e diventa immagine del passaggio dalla morte alla vita che avviene nel battesimo, in unione alla morte e resurrezione di Cristo: “Non voglio infatti che ignoriate, fratelli, che i nostri padri furono tutti sotto la nube, tutti attraversarono il mare, tutti furono battezzati in rapporto a Mosè nella nube e nel mare”. Non voglio infatti che ignoriate, fratelli, che i nostri padri furono tutti sotto la nube, tutti attraversarono il mare, tutti furono battezzati in rapporto a Mosè nella nube e nel mare” (1Cor 10,1-5).; è profezia dell’esodo pasquale dello stesso Francesco di Paola, che avverrà nel 1507 quando ritornerà alla casa del Padre (cfr. cap. 2).

 

Il mare

In questo stupendo brano riconosciamo Francesco di Paola, come ardente imitatore del Signore Gesù e del suo rapporto con il mare: “Gesù sulla sponda del mare, cammina sulla riva e guarda davanti a sé.

Il mare è ostacolo, impedimento, barriera. Sia nell’Antico che nel Nuovo testamento il mare simboleggia in modo molto efficace tutto ciò che è pesantezza, asprezza, impraticabilità del percorso che gli uomini sono chiamati a fare e affrontare. La storia umana è come intersecata, sbarrata e recintata da questo mare.

L’evangelista Marco, fà di tutto per mettere in risalto la spinta incontenibile, inarrestabile, appassionata, per certi aspetti anche intransigente, di Gesù: egli vuole attraversare il mare.

E’ l’oltremare la méta del suo viaggio. In questo Gesù, paziente e inflessibile: ‘Passiamo dall’altra parte del mare, sull’altra riva’. Il racconto prosegue dando risalto a questo viaggio di Gesù attraverso il mare.E’ il viaggio in cui si ricapitola la sua vita, la risposta alla sua chiamata, il suo modo di ascoltare la Voce: affrontare il mare, attraversarlo e raggiungere l’oltremare.

L’oltremare è la sua casa: là vi deve far ritorno e trascinare tutti quelli che incontra. Per questo guarda e scruta tutti quelli che incontra. Nella traiettoria del suo sguardo riconosce tutti coloro che devono essere trasportati, trasbordati dietro di lui al di là del mare.

Gesù è in mare, lo guarda, lo scruta, mentre guarda noi assiepati sulla riva del mare. Ci raccatta sulla sponda laddove la corrente marina ci ha lasciato, detriti portati dalle onde e depositati lì, sull’arenile, alla rinfusa. Un senso di noia, di stanchezza, di inutilità pervade questo scenario costiero.

Poi passa lui e apre una strada attraverso il mare. Nelle prime pagine del vangelo di Marco questo viaggio di Gesù per affrontare ed attraversare il mare esige l’attraversamento del cuore umano. In questo senso c’è una paradossale coincidenza tra il mare e il deserto: un deserto liquido ma pur sempre deserto è il cuore umano. Gesù affronta il cuore degli uomini, sempre più chiara è questa sua intenzione.

Se affronta il mare è perché quel viaggio, nella sua evidenza geografica, dimostra sacramentalmente qual è l’intenzione teologale che sostiene e qualifica il valore della sua missione: aprire un varco attraverso le pareti spesse, pietrose e durissime del cuore umano” (3).

Attraversato co sì prodigiosamente lo Stretto di Messina da parte del nostro Santo, da questo momento il mare: “è segno di unione perché non solo divide, ma congiunge due terre lontane e alla nostra civiltà mediterranea e cristiana che è stata trasportata attraverso il mare in altri lidi; è luogo di lavoro e di fatica: si pesca e serve per il trasporto di merce, facendoci comprendere la nobiltà e la santità del lavoro, che qualifica l’uomo; è espressione di bellezza, di serenità, di pace, di potenza, di forza, insegnandoci la bellezza e la sacralità della natura, che va rispettata e protetta; è espressione di speranza e di accoglienza e ciò ci fa pensare ai tanti immigrati che approdano disperati sulle nostre coste e alla gente, di ogni ceto sociale e a lui stesso che sbarca emigrante sulle coste di Francia, insegnandoci ad essere accoglienti e solidali; segna i confini della nostra patria e ciò ci fa pensare a S. Francesco che ha amato la sua terra ed ha saputo inserirsi da emigrante in terra francese, diventando cittadino di due patrie e ai nostri marinai che difendono sul mare i confini della nostra patria, insegnandoci ad amare la nostra nazione, rispettando le sue leggi ed aiutandola nel suo sviluppo” (4).

 

Ma è, soprattutto, stupendo comprendere che proprio nell’attraversare lo Stretto di Messina, Francesco di Paola è figura dello stesso Signor Nostro Gesù Cristo: “Il nostro Taumaturgo, meglio dell’apostolo S. Pietro, il quale, per andare sulle acque incontro al divin Maestro, dovette essere da lui sorretto, ci si presenta nel secolo XV quale figura dello stesso Cristo Signore, quando incedeva sereno e maestoso sulle onde del lago di Tiberiade” (5).

Francesco di Paola evoca, così, l’immensa fede che ha nel Signore Gesù, al contrario di S. Pietro: “Pietro gli disse: “Signore, se sei tu, comanda che io venga da te sulle acque. Ed egli disse: -Vieni! Pietro, scendendo dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma per la violenza del vento, si impaurì e, cominciando ad affondare, gridò —Signore, salvami! E subito Gesù stese la mano, lo afferrò e gli disse: – Uomo di poca fede, perché hai dubitato? (Mt. 14,22-33)

“Pietro, infatti, dopo il primo momento di euforia, quando si è accorto che l’acqua era rimasta acqua e non era diventata ghiaccio o cemento o asfalto, e le onde, invece di appianarsi, lo investivano con violenza, e la bufera lo schiaffeggiava brutalmente, allora ha avuto paura, paura perché non era cambiato niente ed è in quell’istante che è cominciato ad affondare. A Pietro non è bastata la Parola del Signore, ha preteso anche una sicurezza esteriore, non ha capito che quella Parola, quel comando che veniva dal Maestro, doveva essere la fune cui aggrapparsi per affrontare il mare ostile e turbolento, ma ha preteso la garanzia supplementare dell’assenza di rischi” (6).

Francesco di Paola, al contrario, da uomo ormai riconciliato con Dio, con se stesso, con gli altri e con la natura, perché uomo della Pasqua in quanto penitente, sa che “A chi ama Dio tutto è possibile” e allora viaggia sulle onde del mare dello Stretto di Messina abbandonandosi totalmente all’amore di Dio Padre, all’ esodo pasquale di Dio Figlio e al vento dello Spirito Santo.

E così Francesco di Paola, apostolo della ‘commun consolazione’, approda il Sicilia con il bastone della fede sicura e con il mantello della carità senza limiti.

Francesco di Paola, così, insegna che la vera fede nel Risorto non ci spalanca un cammino di facilità, non fa camminare l’uomo in una luminosa galleria con l’aria condizionata, al riparo le tempeste che si abbattono sui comuni mortali, ma che la vera fede, semplicemente, permette all’uomo di camminare al buio, contrastati dai soliti elementi ostili, in mezzo alle difficoltà di tutti, alle prese con i problemi comuni ai nostri fratelli, con l’unica sicurezza di una Presenza, di una mano che ci afferra non per sottrarci alle intemperie, ma dopo che abbiamo superato la bufera.

Francesco di Paola fa comprendere, così, che la vera fede non dispensa l’uomo dal duro mestiere di uomo, non è una scappatoia dalle responsabilità della vita, non facilita la strada, ma che semplicemente, le dà un senso.

Francesco di Paola insegna, ancora, che il vivere pienamente la fede non rende gli uomini dei privilegiati, ma dei chiamati ad affrontare il mare aperto della vita e che solo così nasce la consapevolezza che tutti siamo attesi da Qualcuno e che nessuno è dispensato dal rischio, dai fallimenti, dai dubbi, dalle incertezze, dallo sforzo e dai pericoli della strada per arrivarci.

Nel momento in cui la fede di ogni uomo, più che aggrapparsi alla Parola, consulta i bollettini meteorologici e misura la profondità dell’acqua e l’altezza delle onde, si carica del peso della sicurezza, si inizia ad affondare: questo è il messaggio che Francesco di Paola lasca a noi in eredità per vivere una vita bella, buona e giusta e per non affondare nel mare di un mondo liquido e mediocre.

E, dopo 550 anni del miracoloso passaggio dello Stretto di Messina da parte di Francesco, questo messaggio rimane attualissimo per la Chiesa e la società contemporanea: la fede è la roccia per non temere i venti e le tempeste della vita, è avere le ali per volare in alto, è l’àncora che dà sicurezza nei momenti di buio e dell’incertezza, è la vela che permette di prendere il largo, è scommettere sulla vita qui, ora e per sempre.

Per Francesco di Paola, quindi, la fede non è e non deve essere una comoda zattera su cui sdraiarsi a prendere il sole, ma un un tronco galleggiante in un mare agitato, al quale restare avvinghiati con polso robusto e che qualche volta sfugge alla presa, e allora bisogna raggiungerlo a grandi bracciate, sapendo restare a galla da soli per un certo tratto di mare.

E oggi, a molti, questo tipo di fede non piace per nulla: prima di tutto perché è qualcosa di troppo mobile, sfuggente, che offre poca presa e non si ha nessuna voglia di faticare per tenersi a galla; in secondo luogo perché le garanzie che questo tronco li conduca a riva risultano troppo scarse, perché senza prua, senza timone, senza vela, chi li assicura circa la meta?

E così, oggi, molti preferiscono salire sui moderni battelli che incrociano nei paraggi, che non si sa bene dove portino, ma che comunque stanno saldamente a galla e solcano diritti il mare e il battello delle ideologie laiciste e relativistiche, delle mode, perfino dei mass-media sono sempre più confortevoli di quel tronco galleggiante.

Ma, a conclusione di questo nostro viaggio con Francesco di Paola in Sicilia, possiamo affermare che ora ci siamo tutti noi sul mantello di Francesco di Paola mentre attraversa lo Stretto di Messina e che siamo tutti uguali, in una comunione di fragilità, di dubbio, di paura, di poca fede; ma con la certezza che c’è il Cristo sul mantello di Francesco di Paola, per cui la nostra vita diventa all’improvviso una comunione di fede nell’unico Signore: ci siamo tutti e ci sentiamo tutti minimi sul mantello di Francesco di Paola che attraversa lo Stretto, ma che diventiamo grandi nel momento in cui ci buttiamo in ginocchio e riconosciamo: « Tu sei veramente il Figlio di Dio ».

E questa è l’immagine stupenda della realtà della Chiesa: una barca che deve affrontare le tempeste e sovente sembra sul punto di essere travolta e ciò che la salva non sono le qualità e il coraggio dei suoi uomini, ma la garanzia più sicura contro il naufragio è un’altra: la fede. Anche Pietro, il timoniere, ha dovuto gridare: “Signore, salvami!”: e con S. Pietro e con S. Francesco di Paola, noi ci sentiamo al sicuro soprattutto quando siamo capaci di metterci in ginocchio e gridare anche noi ‘Signore, salvaci!’.

Note:

  • Giovanni Paolo II, “La consolazione del Cuore di Gesù è condivisione della sofferenza umana e segno concreto di amicizia”, (13 agosto 1989, Angelus)
  • Alla sorgente del carisma di S. Francesco di Paola – Le Fonti Minime, a cura di P. Giovanni Cozzolino, edizioni minime, Lamezia Terme, 2002, p.450.
  • don Pino Stancari, in www,.dossetti.com
  • Giovanni Cozzolino, “la ‘dolce pedagogia della penitenza in San Francesco di Paola, editoriale progetto 2000, Cosenza, 2013, pp.85-86,
  • Roberti, “Vita di San Francesco di Paola”, p. 238
  • A. Pronzato, “ Pane per la Domenica – Ciclo A”, Gribaudi, Torino, 1983, pp. 198-200.

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