Recensione del libro: Frate Alfonso Longobardi detto Tartufone, Gesù mangiava a scrocco. Le cose migliori Le ha fatte stando a tavola, San Paolo Ed., Cinisello Balsamo (Mi) 2018, pp. 208.

Recensione del libro:

Frate Alfonso Longobardi detto Tartufone, Gesù mangiava a scrocco. Le cose migliori Le ha fatte stando a tavola, San Paolo Ed., Cinisello Balsamo (Mi) 2018, pp. 208.

di Filippo D’Andrea

 

Con questo nuovo libro dal titolo: “Gesù mangiava a scrocco. Le cose migliori Le ha fatte stando a tavola” della San Paolo, Alfonso Longobardi, frate minimo di san Francesco di Paola, prosegue su quella linea originale e sottile di trattare il messaggio evangelico con allegria e profondità di contenuti. E la medesima via usata brillantemente dal comico e regista Roberta Benigni nel suo film “La vita è bella”, premiato con l’Oscar il 1999, come miglior attore, miglior film straniero e migliore colonna sonora, quella di Nicola Piovani. Giovanni Paolo II ha apprezzato moltissimo il film giacché riusciva a impastare stupendamente la genuina comicità con una forte drammaticità.

 

Scherzando, il libro potrebbe sembrare subdolamente un’autogiustificazione di tanti religiosi col voto di povertà, ed ecclesiastici con tanto di pancia, anche tra coloro che hanno fatto il voto di “strettissimo magro”, di astinenza dalla carne e suoi derivati. Mangiano però come piatto preferenziale il pesce ed il resto prelibato.

 

Un libro molto ironico ed a tratti e in filigrana amaro, vestito da arguzia tipicamente napoletana.

Evangelizza allegramente con un linguaggio comunissimo, rasentando una scurrilità ingenua e bonaria.

Ogni capitolo si conclude con il testo biblico come una spada che taglia il vero dall’approssimativo a cui è esposta la scrittura e l’arte satirica gettata come inchiostro sul foglio bianco.

L’autore prima offre la spiegazione, spicciola, lanciata, immediata, ma nel contempo incisiva, pungente, eticamente piccante, e poi chiude senza ambiguità o rischi di incomprensione, con il testo ufficiale della parola di Dio nella versione della Conferenza Episcopale Italiana.

 

La persona umana di Gesù è centrale e riverbera spunti precisi sull’attualità antropologica e sociale.

Gli apostoli sono tracciati con traboccante realismo quotidiano. Il linguaggio è semplice, immediato, perfino affilato. Dodici apostoli, “dodici visioni del mondo”, dodici mondi diversi. Questa pluralità quasi vuol intendere che il cristianesimo è plurale, ovvero che il Vangelo è uno ma l’inculturazione è infinita. Sembra di leggere il Concilio Vaticano Ecumenico II dove rende presente il rispetto delle culture, delle identità territoriali come ricchezza dei segni dei tempi e dello spirito che è multicolore, la chiesa universale come un arcobaleno di sensibilità, di talenti, sguardi.

 

Il libro sembra aderisca al carisma di san Paolo di Tarso e dei Paolini ed il loro prezioso servizio culturale ed editoriale. E’ il progetto evangelizzante di san Paolo, la sua stessa persona è sintesi di differenti identità linguistiche e culturali ricomprese nel vivo Vangelo.

La scelta degli episodi ha il criterio di una necessità postmoderna: l’urgenza antropologica di rivisitare sotto l’indagine di un realismo feriale, la vita contemporanea travolta dall’ebetismo digitale e bisognosa di una luce superiore.

La narrazione di questo volume è un intreccio di riflessioni di chi sa sedersi, come scrive lo stesso autore, “all’uscio delle anime”, dove mettersi a chiacchierare del più e del meno per divenire meno e più. Meno egocentrici e più fraterni, meno scioccamente bramosi e più intelligentemente assetati di verità, bontà e bellezza secondo lo spirito autenticamente umano e cristiano.

Il “vangelo secondo me” richiama, con le dovute differenze, i “Vangeli scomodi” di Alessandro Pronzato, sacerdote che presenta le parole di Dio come provocazione verso lo status quoe con uno stile “sfruculiante”, detto in napoletano, ed in certi casi “cazzillusu”, detto in calabrese, secondo il carattere di san Francesco di Paola, fondatore dell’ordine dei minimi a cui appartiene frate Alfonso.

 

Gli itinerari letterari di questo libro accendono una frizzante empatia e fanno spuntare il dolce sorriso di chi entra in sintonia con una persona capace di stuzzicare l’appetito spirituale.

L’utilizzo della lingua napoletana, ormai proclamata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità, avvolge di simpatia e giovialità.

Non inganni quel respiro di leggerezza del raccontare, giacché non è superficialità dei contenuti, ma modalità comunicativa accattivante, uno stile adatto ad attirare l’attenzione di ascolto dei giovani e degli adolescenti, che l’autore ritiene i più lontani dalla proposta cristiana. Un linguaggio scoppiettante e comico, abito di un messaggio profondo, a volte drammatico, che intende scardinare un cattolicesimo borghese, fenomeno rilevato con acume profetico da Jacques Maritain.

 

Poi, quando è il turno del “vangelo secondo me”, le parole del “Tartufone” si sbizzarriscono in una afflato partenopeo scatenato e sembra di entrare in una dimensione d’infantilità evangelica capace di mettere allo scoperto i contenuti autentici della narrazione messianica. E lo fa sulla scorta dei comici della scuola vesuviana: Totò, Massimo Troisi, Peppino De Filippo, Tony Tammaro, e perfino del padre di tutti: Pulcinella, che “scherzando dice la verità”, senza dimenticare l’ironia penetrante di Eduardo De Filippo.

 

L’autore apre varchi con parole scioccate come uno spadaccino che mira alle parti più scoperte e critiche del lettore.

La figura di Gesù ha i tratti della massima socievolezza proprio perché, come dice l’autore, chi è di “buona forchetta” è persona piacevole, semplice, disponibile, e capace di stare con tutti.

 

Mi piace come conclude il libro il frate “cabarettista”, ossia con le parole di un suo confratello veterano:

“Sto male ma sto bene – gli rispose il frate centenario. – Sto male perché ho gli acciacchi, ho cento anni, non mi reggo in piedi, sono mal ridotto; ma sto bene perché ho la pace dentro. Sono in pace con Dio, con gli altri, con me stesso ed è questo che mi fa stare bene. La pace è l’essenziale che ti fa stare bene”.

 

Fra Alfonso Longobardi, detto Tartufone, ha trovato un solco letterario singolare per porgere alle generazioni emergenti la mangiatoia del cibo del Cielo e per questo gli sono perdonate le non poche tracimazioni esegetiche e linguistiche. Anzi, forse si sono rivelate strategiche nelle specifiche dinamiche comunicative della pastorale giovanile.

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